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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Usa, il "bluff" che coinvolge anche l'Europa

L'indice GDPNow della Fed di Atlanta è in calo costante e questo potrebbe ritardare la scelta di alzare i tassi americani. MAURO BOTTARELLI ci spiega con quali conseguenze

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Detto fatto, il Pil americano continua a crollare. Il tonfo continuo del capex da parte delle principali majors americane sta gravando pesantemente sul dato GDPNow della Fed di Atlanta, il quale nella sua ultima rilevazione è calato ulteriormente per quanto riguarda il dato di crescita del primo trimestre 2015, scendendo a un misero +0,2% dal +1,4% di sole due settimane prima. La messe di dati macro negativa non può più essere sottostimata, con le principali banche d'affari che hanno tagliato le loro previsioni dopo il deludente dato sui beni durevoli del 25 marzo scorso (Goldman Sachs, Morgan Stanley e Barclays hanno operato il downgrade quasi in contemporanea) e solo il dato PMI ufficiale sembra voler testardamente confermare una crescita degli Stati Uniti che in realtà non c'è, se non nella narrativa filo-obamiana dei commentatori di casa nostra. 

Come mostra il primo grafico a fondo pagina, siamo ormai allo sprofondo: il GDPNow segnava +1,2% per il Pil Usa del primo trimestre il 3 marzo scorso, mentre il 12 era già dimezzato raggiungendo +0,6%. Altri cinque giorni e un'altra mannaia dimezzava la percentuale, scesa il 17 marzo allo 0,3%, con il tonfo definitivo raggiunto il 25 di questo mese, arrivando a +0,2%. A guidare questa parabola discendente che sembra non conoscere fine, il dato degli investimenti non residenziali, ovvero la crisi del comparto energetico che sta falcidiando l'unico settore che nei diciotto mesi che ci stanno alle spalle ha garantito la quasi totalità dei nuovi posti di lavoro creati. 

L'America, in parole povere, è già tecnicamente in recessione e il declino appare soltanto iniziato, visto l'ulteriore crollo dei prezzi petroliferi scontato venerdì scorso dopo le indiscrezioni riguardo un accordo sul nucleare con l'Iran che rendesse meno stringenti le sanzioni, a dispetto del nuovo focolaio in Yemen. Ma come sempre accade, la grande stampa anche questa volta ha preso quello che in gergo giornalistico si chiama un "buco", ovvero non ha dato conto per scelta editoriale - miope - o per negligenza colpevole dell'unica vera notizia economica che avrebbe dovuto alimentare il dibattito nel fine settimana: il discorso di Janet Yellen di venerdì scorso presso una fondazione. 

La numero uno della Fed ha ribadito il suo approccio da "cigno" rispetto all'aumento dei tassi di interesse, i quali saliranno «probabilmente verso la fine di quest'anno», sottolineando l'indipendenza dell'istituto da lei diretto e soprattutto un «cauto ottimismo» rispetto allo stato di salute dell'economia Usa. Ma come, con un Pil che nel terzo trimestre del 2014 era al 5%, roba quasi cinese, si parla di «cauto ottimismo»? Cos'è questa storia, con dati del genere si ha paura di un quarto di punto di aumento dei tassi e addirittura ci si trincera dietro il muro della cautela? 

Come vi ho già detto mille volte, è il dato in tempo reale GDPNow della Fed di Atlanta a dirci la verità sugli Usa, non le proiezioni ufficiali a tre mesi. Ma fin qui, nulla di sconvolgente. Più interessante è stato quando la Yellen ha ampliato la discussione, riferendosi per la prima volta a «rischi speciali e altre considerazioni» da tenersi in seria analisi prima di attuare il famoso aumento dei tassi che sta spaventando mezzo mondo, in testa i mercati emergenti stra-indebitati in dollari ora troppo apprezzati e che potrebbero faticare non poco a onorare quei debiti fino a pochi mesi fa visti a rischio e costo zero. 

Cos'ha detto la Yellen? «Molti studi recenti hanno fatto aumentare le prospettive riguardo al fatto che economie come quella statunitense e di altri Paesi cresceranno meno in futuro come risultato di un combinato di fattori demografici e minor tasso di aumenti in produttività garantiti da miglioramenti tecnologici». E ancora, «arrivando agli estremi, questi sviluppi potrebbero raggiungere una tipologia di "stagnazione secolare", durante la quale la politica monetaria potrebbe dover tenere i tassi di interessi perennemente a un livello di minimi storici relativi al fine di promuovere la piena occupazione e la stabilità dei prezzi, in assenza di una politica fiscale altamente espansiva». 


COMMENTI
31/03/2015 - Problemi dell'ecconomia reale USA (Moeller Martin)

Da decenni la finanza è un casinò che vive di vita propria con pochi contatti con la cosidetta ecconomia reale. Quest'ultima negli USA ha da anni problemi strutturali seri sia per mancanza di competitività, sie per una cultura di gestione industriale inadeguata, oltre ad essere penalizzata sui mercati globali dall'immagine negativa degli USA ancora più che dal cambio.