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BANCHE & POLITICA / Tarantini: "Fusioni fra Popolari per battere il decreto"

Graziani Tarantini (Infophoto) Graziani Tarantini (Infophoto)

È una delle molte cose non vere che si ascoltano in questi giorni a proposito delle Popolari italiane. Quando le Popolari hanno chiesto capitali sul mercato, la risposta è sempre stata del tutto positiva: dal 2008 in poi la categoria ha raccolto in Borsa e presso il suo azionariato cooperativo 9 miliardi, sempre senza problemi. Personalmente ho seguito molti roadshow in piazze internazionali e non ho mai riscontrato dubbi o remore presso i grandi investitori su quali fossero le specificità dei titoli che avrebbero acquistato. Le Popolari italiane sono sempre state chiare nel presentare la propria governance, la propria identità di banche legate a territori e comunità imprenditoriali. Ripeto: la libertà del mercato è anche l'essere piattaforma e vetrina di una pluralità di esperienze d'impresa e di opportunità d'investimento.

 

Un altro "capo d'accusa" posto alla base del bliz è il ruolo delle Popolari nel razionamento del credito che ha afflitto l'economia italiana negli ultimi tre anni.

Anche quest'affermazione è lontanissima dalla realtà. Le Popolari non hanno erogato meno credito alle imprese rispetto alle Spa in questi anni caratterizzati da recessione e spread alti. È vero invece che la trasformazione forzata di una serie di Popolari in Spa ha tra i suoi effetti potenziali il credit crunch: una banca Spa è soggetta a maggiori pressioni sulla redditività e quindi è portata a orientare la propria attività più sui mercati che sugli impieghi, meno profittevoli. Ma non so se una Popolare italiana trasformata in Spa a tappe forzate potrà continuare a decidere in autonomia il proprio "asset and liability management".

 

Vuol dire che il rischio di scalata, con il passaggio alla Spa, è reale e immediato?

Lo dice la teoria economica e l'esperienza di mercato. Se un'azienda quotata contiene valori inespressi e diventa contendibile è altamente probabile che divenga rapidamente oggetto di tentativi di acquisizione. Sarebbe il caso di numerose Popolari italiane: aziende bancarie ancora strutturate e radicate in territori ricchi di risparmio familiare e di imprenditoria dinamica. La crisi finanziaria globale e la recessione europea hanno lasciato il segno, ma non hanno distrutto la forza intrinseca delle Popolari, al centro dei loro distretti. Mi sfugge davvero perchè dovremmo esporre questi nostri "asset-Paese" a un rischio di esproprio da parte di sistemi bancari che non vantano numeri migliori dei nostri, anzi. Certo, spiace che in questa situazione le Popolari si ritrovino anche un po' per responsabilità di classi dirigenti che non hanno capito la necessità di accelerare processi di autoriforma.

 

Già in sede di esame parlamentare, alcune proposte di emendamento al decreto guardano alla fissazione di un limite di posesso azionario votante, al 3 o al 5 per cento. 


COMMENTI
04/03/2015 - Dibattito pacato (Giuseppe Crippa)

Tarantini, parte in causa, esprime in modo pacato le sue ragioni e leggerle aiuta davvero il lettore a formarsi un’opinione scevra da preconcetti. Non penso però di condividere, alla fine, né la sua critica al rapporto tra Governo e Parlamento (in teoria i parlamentari della maggiorana, se davvero ritenessero che ne valga la pena, potrebbero comunque rifiutare una richiesta di fiducia da parte del governo) né la sua preferenza per mille soci proprietari insieme dell’1% del capitale rispetto ad un fondo (definito immediatamente, con un processo alle intenzioni, speculativo) proprietario della stessa quota di capitale. Tarantini non dice che in questo momento i mille soci valgono ben mille volte di più del fondo nel decidere la governance di una popolare (probabilmente perché a lui sembra giusto, mentre a me no) e soprattutto si guarda bene dal dire che se i mille si “sindacalizzassero” (in senso finanziario, ovviamente, visto che in altri sensi lo sono già) varrebbero in futuro con nuove regole esattamente quanto il fondo.

 
04/03/2015 - commento (francesco taddei)

le banche italiane devono smettere di ricapitalizzarsi spremendo i cittadini. la tanto evocata europa ha sancito da tempo come i costi per i correntisti italiani siano i più alti di tutti. devono cedere azioni a nuovi capitali.