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BANCHE & POLITICA / Tarantini: "Fusioni fra Popolari per battere il decreto"

Graziani Tarantini (Infophoto) Graziani Tarantini (Infophoto)

Non mi stupisce che i parlamentari stiano cogliendo tutte le questioni-chiave improvvisamente aperte dal decreto del governo. Il tetto al possesso azionario votante sarebbe effettivamente una prima misura importante per non abbandonare al loro destino le Popolari-Spa, con i loro soci, i loro dipendenti, i loro clienti. È ragionevole dare agli investitori istituzionali uno spazio maggiore ma circoscritto. Era del resto un percorso già battuto dai primi passi di autoriforma statutarie di alcune grandi Popolari: e sarebbe stato probabilmente utile la categoria accelerasse in questa direzione, prima che il governo incalzasse i suoi ritardi. Detto questo, tutti i soci delle Popolari hanno diritto a una rivisitazione del loro ruolo: non solo i grandi fondi internazionali, ma anche i soci-cooperatori tradizionali, che queste Popolari che hanno creato e fatto crescere.

 

Cosa c'è oltre il voto capitario? Com'è possibile tutelare la partecipazione del "piccolo socio" in una Popolare-Spa?

Premessa: conta più un fondo che compra l'1% di una Popolare in chiave speculativa o mille soci che assieme detengono la stessa quota con ottica di lungo periodo? Personalmente credo che la seconda situazione meriti attenzione: anche alla luce della recente normativa sul voto multiplo. A un soggetto organizzato - associazione o fondazione - che rispondesse ai requisiti di azionista significativo e stabile di una Popolare-Spa potrebbe essere assegnato un diritto di voto adeguato. E questo sarebbe decisivo soprattutto nella prospettiva della nascita di Popolari più grandi delle attuali.

 

È convinto che per le Popolari si stia aprendo una fase di aggregazioni?

Credo che questa fase fosse matura anche indipendentemente dalla pressione esercitata dal decreto e forse qualche operazione avrebbe potuto essere messa in cantiere anche prima che governo, Bankitalia e Bce lanciassero il loro ultimatum. Però sarebbe un errore, ora, imporre fusioni o acquisizioni "per decreto": con tempi burocratici e non invece con serie valutazioni industriali. La discussione parlamentare sul decreto potrebbe saggiamente allargare il termine ultimativo dei 18 mesi per la trasformazione in Spa in un vero e proprio periodo di transizione, in cui le Popolari sono spinte sì a cambiare, ma in direzione del riordino interno del comparto e al riparo dalle scalate ostili dall'estero. Sul terreno delle fusioni, comunque, le Popolari non ripartono da zero. In Borsa analisti e investitori già lavorano attorno a ipotesi e indiscrezioni. Per parte mia vale ancor oggi un'esperienza personale. Facevo parte del consiglio della Popolare di Milano quando fu esaminato un progetto di aggregazione con la Popolare dell'Emilia Romagna, cui ero molto favorevole. Il progetto era fondato su analisi industriali, non su valutazioni di Borsa: fu discusso a lungo e accantonato con minimo margine di voto nel board. Ribadisco: le Popolari italiane non devono costruire da zero le loro riaggregazioni per linee interne.

 

(Antonio Quaglio)

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COMMENTI
04/03/2015 - Dibattito pacato (Giuseppe Crippa)

Tarantini, parte in causa, esprime in modo pacato le sue ragioni e leggerle aiuta davvero il lettore a formarsi un’opinione scevra da preconcetti. Non penso però di condividere, alla fine, né la sua critica al rapporto tra Governo e Parlamento (in teoria i parlamentari della maggiorana, se davvero ritenessero che ne valga la pena, potrebbero comunque rifiutare una richiesta di fiducia da parte del governo) né la sua preferenza per mille soci proprietari insieme dell’1% del capitale rispetto ad un fondo (definito immediatamente, con un processo alle intenzioni, speculativo) proprietario della stessa quota di capitale. Tarantini non dice che in questo momento i mille soci valgono ben mille volte di più del fondo nel decidere la governance di una popolare (probabilmente perché a lui sembra giusto, mentre a me no) e soprattutto si guarda bene dal dire che se i mille si “sindacalizzassero” (in senso finanziario, ovviamente, visto che in altri sensi lo sono già) varrebbero in futuro con nuove regole esattamente quanto il fondo.

 
04/03/2015 - commento (francesco taddei)

le banche italiane devono smettere di ricapitalizzarsi spremendo i cittadini. la tanto evocata europa ha sancito da tempo come i costi per i correntisti italiani siano i più alti di tutti. devono cedere azioni a nuovi capitali.