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SPY FINANZA/ Le (finte) buone notizie in arrivo dagli Usa

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L'azienda, con sede a Littleton in Colorado, ha smesso di trivellare a novembre e ha inoltre sospeso tutti i piani operativi per il 2015 proprio a causa del crollo dei prezzi, ma è stato lo scorso dicembre che le difficoltà finanziarie sono emerse in tutta la loro gravità, quando fu cancellata dalle banche la possibilità di finanziarsi attraverso una linea di credito revolving e la società fu costretta a chiudere alcune posizioni di hedging a protezione dal calo del prezzo del petrolio per racimolare 13 milioni di dollari. Insomma, la disperazione. 

Ma andiamo avanti: che dire del deficit commerciale Usa? È andato meglio del previsto, con un 41,8 miliardi di dollari che non è poi distante dai 41,1 miliardi attesi dalle previsioni. In compenso, a gennaio le importazioni sono scese del 3,9% e l'export del 2,9%, ma l'import anno su anno è sceso dello 0,17% e l'export dell'1,75% e l'ultima volta che queste due voci hanno conosciuto un calo contemporaneo era il novembre del 2008. Di più, il calo maggiore ha riguardato il comparto "Cibo e bevande" con un -9,1% ed "Esportazioni di autoveicoli" con un bel -7%: non male per l'industria regina degli States. 

Come vi dico ormai da settimane, però, è la totalità del quadro macro Usa a smontare la narrativa della ripresa, poiché come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina, l'indice US Macro Surprise di Bloomberg sta viaggiando a un livello di debolezza pari a quello registrato subito dopo il fallimento di Lehman e sta precipitando al ritmo più veloce dall'estate del 2012: insomma, come ci mostra il secondo grafico, non solo la divergenza sta crescendo, ma la debolezza macro sta accelerando. Per il resto, tutto benissimo. Anzi no, perché anche dal mercato azionario è arrivato un primo segnale negativo: l'ultimo dato sul margin debt alla Borsa di New York parla infatti chiaramente di tendenza ribassista. 

Come vi ho già detto molte volte, il margin debt non è altro che la quantità di denaro che chi investe prende a prestito dai broker per acquistare securities, quindi più alto è quel numero, più la tendenza è rialzista. Bene, il dato di gennaio appena pubblicato ci dice che il margin debt totale al Nyse a gennaio era a 445 miliardi di dollari, altissimo ma in continuo calo dallo scorso anno, esattamente dal picco di 466 miliardi di dollari del febbraio 2014. Direte voi, rimane sempre una cifra enorme, potenzialmente a rischio di margin calls: vero, ma, come ci dimostra il terzo grafico, il totale attuale è al di sotto del livello medio sui dodici mesi. 

Contestualizzando la cosa, possiamo dire che quando cominciò il trend rialzista nel marzo 2009 e il Dow Jones era sotto i 6600 punti, il margin debt era "solo" a 182 miliardi di dollari: da allora il Dow ha triplicato il suo valore e il margin debt è salito di conseguenza. Fino a poco fa, però. E cosa significa quel calo sotto il livello medio a 12 mesi? Che potrebbe già essere in atto una liquidazione titoli da parte dei cosiddetti margin traders, un fenomeno che normalmente spinge a un calo dei prezzi. Il grafico ci mostra che la correlazione tra mercati ribassisti e margin debt sotto il livello mediano a un anno è abbastanza precisa, per esempio il margin debt scese sotto la soglia psicologica nel dicembre 2007, solo tre mesi dopo l'inizio del fase "bear" del 2007-2009 mentre ci volle un po' d più, sei mesi, per inviare il segnale al ribasso nel marzo del 2000 sulla bolla dotcom. 

Chi avrà ragione, il sottoscritto o la Fed e i mercati ancora sui massimi record?

 

 

 



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