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BANCHE E POLITICA/ Gli errori del Governo sul decreto popolari

Per LEONARDO BECCHETTI, il decreto sulle popolari è un atto illiberale perché limita la libertà d’impresa, è contrario all’articolo 45 della Costituzione e penalizza la cooperazione

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Il governo ha accettato di porre un limite alla riforma sulle banche popolari. Nel testo approvato nelle commissioni della Camera si prevede un tetto all’esercizio di voto in assemblea al 5% per due anni. Resta invece invariata la soglia degli 8 miliardi di euro di attivi. Un gruppo di 162 economisti intanto ha firmato un “Appello in difesa delle banche popolari”. Abbiamo intervistato il primo firmatario, Leonardo Becchetti, professore straordinario di Economia politica all'Università Tor Vergata di Roma.

Che cosa ne pensa del tetto del 5% inserito nella riforma sulle popolari?

Non la ritengo una misura decisiva, anche se è sicuramente una forma di contenimento. Il timore del governo è che i risparmi di una parte importante del nostro Paese vadano nelle mani di un modello di banca che fondamentalmente non ha così interesse a fare credito all’economia reale, perché è una banca volta alla massimizzazione del profitto. Oggi sicuramente il valore per gli azionisti non si realizza attraverso il credito, ma attraverso altre operazioni che può fare la banca.

Uno degli emendamenti firmati da Civati, Cuperlo, Fassina e Boccia spostava il patrimonio netto sopra ai 30 miliardi. Poteva essere la soluzione giusta?

Sono molto solidale con loro. Hanno fatto un lavoro molto importante dentro al Pd, per cercare di limitare i danni di questa manovra e trovare un compromesso che fosse accettabile anche dal governo. Sarebbe stato un piccolo passo avanti.

Perché ha deciso di sottoscrivere il manifesto contro il decreto sulle popolari?

Ritengo il decreto un atto illiberale, perché limita la libertà d’impresa. Costringe tutte le imprese a voto capitario che superano gli 8 miliardi di euro a trasformarsi in un altro tipo di impresa. Una norma contraria all’articolo 45 della Costituzione, in cui si afferma che “la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità”. Come ricordava il giurista americano Brandeis, la cooperazione è un elemento fondamentale di democrazia in un’economia di mercato.

Da quali necessità nasce il decreto?

Noi lo riteniamo un atto immotivato, perché tutti i documenti internazionali recenti sottolineano che la diversità bancaria è una ricchezza. Il fatto che ci siano banche Spa e banche a voto capitario è importante perché alcuni tipi di banche sono più sensibili a certi rischi di shock e altri tipi di banca meno.

Il decreto popolari sottende che il grande credito cooperativo abbia responsabilità nella crisi (“credit crunch”), mentre il vostro manifesto sostiene che le popolari siano una leva per la ripresa. Può approfondire questo tema?


COMMENTI
09/03/2015 - Professore (Giorgio Allegri)

mi sembra chiaro che il Sig. Giuseppe Crippa ritiene non solo che l'abolizione del voto capitario faccia bene al sistema bancario, ma anche il suo passaggio sotto il controllo di grandi gruppi stranieri, come è inevitabile che accadrà (e come stanno scrivendo tutte le banche d'affari nei loro report).

 
08/03/2015 - Commento al commento del sig. Crippa (Leonardo Becchetti)

Caro Signor Crippa. Forse ha letto male l'intervista. Gli economisti solidali con me sono 162 e non 4. E le proposte di autoriforma ci sono, accennate nelle due righe successive a quelle che cita. Una riflessione più estesa la trova sul blog "felicità sostenibile" dove può approfondire il tema e farsi una sua opinione (http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/2015/01/22/i-10-errori-del-governo-sulle-popolari/). Se pensa invece che l'abolizione del voto capitario sarà la bacchetta magica per rendere più funzionante il sistema bancario italiano faccia pure.

 
08/03/2015 - Non mi aggrada nessuno status quo (Giuseppe Crippa)

Premesso che mi chiamo Giuseppe e non Riformista e che non sono zelante (se non forse nel tifo calcistico) assicuro Giorgio Allegri che sostengo – e non da ora - sia l’idea del contributivo per tutti (quindi anche di un deciso taglio alle pensioni calcolate col retributivo per non parlare dei vitalizi) che quella di regole identiche nei rapporti di lavoro pubblici e privati. Aggiungo che Pietro Ichino, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, è a mio avviso uno dei migliori italiani di questo tempo.

 
08/03/2015 - Lo zelo (Giorgio Allegri)

Mi auguro che il Sig. Riformista Crippa abbia lo stesso zelo che nutre per la riforma delle popolari per adoperarsi a sostenere, financo firmando petizioni e manifestando, anche la riforma delle pensioni per portare il contributivo totale anche a chi è già in pensione e per il licenziamento dei dipendenti statali o quanto meno per l'applicazione del Jobs Act anche al settore pubblico (visto che prosegue il dualismo nel mondo del lavoro - che invece non può esistere nel mondo bancario). O invece questo status quo (che costa alla fiscalità generale - mentre le banche popolari no!) la aggrada tanto?

 
08/03/2015 - Bella notizia o il massimo della conservazione? (Giuseppe Crippa)

Nel breve spazio di un commento non è possibile contestare nel merito le affermazioni di un professore universitario però può essere istruttivo far notare ai lettori che nell’articolo il professore si definisce molto solidale coi famosi economisti italiani Civati, Cuperlo, Fassina e Boccia e più ancora che alla domanda: “Quali suggerimenti formulerebbe per una sana riforma delle Popolari?” risponde: “Lo scenario migliore è non toccare nulla”. Sto vivendo nella migliore Italia possibile e non lo sapevo… grazie professore!