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SPY FINANZA/ Giappone, un allarme che suona per Europa e Usa

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A gennaio la percentuale di cittadini giapponesi che si attendono un aumento dei prezzi superiore al 5% nel corso di quest’anno è salita per il sesto mese di fila al 30,4%, stando all’ultimo Consumer Confidence Survey governativo: a dicembre, il costo per gli alimentari è salito del 3,9% su base annua. Con lo yen deprezzato del 27% dall’aprile 2013 e di circa il 10% dall’avvio del nuovo programma di stimolo lo scorso ottobre, la tendenza potrebbe quindi prendere piede tra i cittadini, anche se per Azusa Kato, economista di Bnp Paribas, «i consumatori giapponesi hanno la tendenza a immaginare sempre un rialzo dei prezzi superiore ai dati indicati, tanto che stando al sondaggio di gennaio della BoJ l’aspettativa media è per un aumento del 3% quest’anno». Questo in un contesto di inflazione tutt’altro che galoppante, oltretutto, visto che a dicembre l’indice core dei prezzi, che non include gli alimentari, è salito solo dello 0,5% annualizzato e a gennaio la BoJ ha abbassato la previsione inflazionistica per l’anno fiscale che inizia ad aprile all’1%, una revisione dovuta al calo del 50% del prezzo del petrolio. Ma anche in questo caso è guerra di cifre e previsioni, visto che Bnp Paribas si attende un’inflazione a fine anno dello 0,3% e Credit Suisse tra 0,2-0,3%.

Davvero il livello del 2% rimane l’obiettivo da centrare o ancora una volta ha ragione Takahide Kiuchi, il quale ritiene quella percentuale favolistica e non necessaria per le dinamiche attuali del Giappone? Una sola cosa è certa, la confusione imperante e il fatto che l’Abenomics scricchiola sonoramente: un lusso, quest’ultimo, che un mondo aggrappato al Qe già fallito della Bce e all’indecisione perenne della Fed, a fronte di dati macro negativi, non può proprio permettersi.

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