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SPY FINANZA/ La "macchina delle bolle" che piace ai mercati

Pubblicazione:mercoledì 1 aprile 2015

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Contestualmente, la maggior parte dell'aumento dell'allocazione di titoli è dovuta proprio all'apprezzamento del loro valore: vista la limitatezza di emissioni di nuovi titoli rispetto al flottante in circolazione, il mondo intero non può che aumentare le sue detenzioni attraverso l'aumento del loro prezzo: non a caso, a livello globale la detenzioni ponderata di equities è superiore a quella di bond, un netto contrasto rispetto al periodo 2008-2012, quando quella correlazione era invertita per la maggior parte del tempo. A oggi, la percentuale di bond è al di sotto della media a 25 anni, mentre quella equities è su del 2% rispetto alla media storica. 

Bene, cosa ci dice tutto questo? Semplice, le Banche centrali hanno abbassato i tassi di interesse in area zero e questo ha incoraggiato le aziende a prendere in prestito denaro e spingere gli investitori verso assets più a rischio: più il rendimento cala, più l'investitore diventa nervoso, più le aziende emettono debito. Quindi, le compagnie invece di investire in capex per il loro business, hanno incanalato il denaro verso propri titoli attraverso i buybacks, portando in alto il prezzo e distorcendo l'allocazione di assets di quegli investitori che fino allora avevano comprato solo i loro bonds. Ironicamente, le aziende in modalità di re-leverging che hanno utilizzato l'ingegneria finanziaria per pompare al rialzo i prezzi dei loro titoli di fatto hanno preso due piccioni con una fava, inflazionando il valore della loro equity, ma garantendosi contemporaneamente più domanda per il proprio debito da emettere. Nel frattempo, le Banche centrali di tutto il mondo hanno cominciato a comprare Etf e presto potrebbero comprare titoli azionari individuali, un modo per aumentare ancora di più il prezzo delle equities, creando in contemporanea domanda per il debito corporate, le cui emissioni servono per finanziare nient'altro che i buybacks azionari, ulteriore sostegno ai corsi rialzisti di indici e prezzi e così via all'infinito. Insomma, la macchina della bolla perenne di Stato è ora completa. 

È questa l'America in ripresa che piace tanto a Federico Rampini e a La Repubblica, la narrativa che ci viene spacciata a piene mani su giornali, tg e talk-show e che dobbiamo accettare senza porci domande, né guardare alla realtà. Vi pare un caso che Fiat abbia scelto l'America, con Matteo Renzi intento a spellarsi le mani per gli applausi a Sergio Marchionne? Il modello ormai è quello, un ciclico perpetuarsi di mercati al rialzo e crisi devastanti che non otterranno altro risultato se non rendere i ricchi (la finanza) sempre più ricchi e l'economia reale sempre più povera. Con il beneplacito dei grandi manovratori, le Banche centrali. E non lo dico io, ma anche Societe Generale nel suo ultimo studio, dal quale si desume la seguente domanda da 4,5 triliardi di dollari (ovvero il bilancio attuale della Fed): la Banca centrale Usa permetterà una seconda stagione di "esuberanza irrazionale" basata sulla valutazione aggiustata ciclicamente della ratio di utile per azione allo Standard&Poor's oppure lascerà il mercato fare il suo lavoro, ovvero dare vita a una correzione drastica dei corsi? 

Il grafico a fondo pagina spiega molto bene la situazione e ci riporta al marzo del 2009, quando invece di fare la cosa giusta - ovvero lasciare fallire aziende ultra-indebitate - la Fed decise di rispondere a un problema di debito creando nuovo debito, nella speranza di generare sufficiente inflazione da cancellare la massa debitoria che gravava sul sistema, ma ottenendo come unico risultato quello di rendere sempre più ricchi gli investitori azionari. Tanto che Scott Miner della Guggenheim dichiarò che «le conseguenze di lungo termine del Qe con ogni probabilità si sostanzieranno con un permanente squilibrio degli standard di vita per le generazioni a venire, il tutto creando unicamente l'illusione di una rinnovata prosperità». 

 


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