BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Così la Bce rischia di "far a pezzi" l'euro

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Attenzione, quindi, la maggior parte del calo dell'euro verso le valute concorrenti potrebbe quindi essere figlia legittima di queste vendite di massa, più che riflettere un reale calo nel tasso di cambio. Dei 6,1 triliardi di dollari di riserve per le quali le Banche centrali specificano la valuta di riferimento, la percentuale dell'euro lo scorso anno è calata a ogni trimestre, stando a dati del Fmi e sempre nel 2014 per la prima volta le detenzioni in valuta unica europea sono calate anche in termini di cash. Di converso, le detenzioni di yen sono aumentate per tre dei quattro trimestri, salendo al 4% del totale dal 2,8% del 2009: ovviamente a fare la parte del leone è il dollaro, con il suo 63% del totale garantito anche dall'aumento costante di detenzioni negli ultimi sei mesi del 2014, ma comunque in calo dal 73% del 2001, quando però l'euro era soltanto in fase di embrionale sui mercati e con enormi incognite di fronte a sé. Ma con il crollo di euro e yen rispetto al dollaro lo stesso anno, qualcosa come il 12%, ecco che le dinamiche ora diventano davvero di guerra valutaria, visto che nonostante i proclami in senso contrario anche la Cina sembra imbarcarsi in maniera sempre più profonda verso una sua versione light del Qe, testimoniata dal rally senza fine di Shanghai che ieri ha sfondato quota 4mila punti, mentre Hong Kong ha chiuso la settimana con un guadagno del 9,5% in cinque sedute di trading! 

E nonostante Draghi continui a ripetere che un euro debole aiuti l'economia dell'Ue, ripetendo inoltre che lo scopo della sua politica non è verso il tasso di cambio ma verso l'eliminazione della spirale deflazionistica (con i prezzi al consumo calati per tutti e quattro i mesi che hanno portato allo scorso marzo rispetto all'anno prima), rimane il fatto che la moneta unica ha perso valore verso tutti i suoi concorrenti, calando del 7% quest'anno come testimoniato dal Bloomberg Correlation-Weighted Indexes, il deprezzamento maggiore del gruppo delle 10 nazioni tracciate contro un +7% del dollaro e un +6% dello yen. 

Per Ken Dickson, direttore degli investimenti valutari alla Standard Life Investment, azienda che sovraintende un portafoglio da 360 miliardi di dollari, «il Qe non crea le condizioni per un recupero dell'euro, non a caso continuiamo ad avere una preferenza verso il dollaro contro le principali valute concorrenti». Insomma, tutti long sul dollaro e short sull'euro: la Fed, vista anche la stoccata del Dipartimento del Tesoro americano di giovedì, permetterà ancora a lungo che, a fronte di una crescita zero minacciata ulteriormente dal calo del prezzo del petrolio e dal suo fallout occupazionale, questa dinamica prosegua schiantando l'export? 

Stando a Societe Generale e al suo ultimo report sì, poiché la banca francese vede quattro ragioni per cui la moneta Ue abbia davanti a sé ancora spazio per un calo ulteriore, fissando a marzo 2016 il raggiungimento della parità euro/dollaro. La prima ragione è proprio quella di cui abbiamo parlato finora, ovvero la perdita dello status di valuta di riserva, quindi appare inutile approfondire. La seconda è legata ai continui outflows obbligazionari e alle dinamiche sui tassi di interesse. Nel primo trimestre di quest'anno l'euro si è deprezzato verso tutte le principali valute e dal maggio del 2014 ha perso qualcosa come il 22% nel cross con il biglietto verde, dinamica che ora vede gli yields relativi tracciare più ravvicinati. Con i dati sull'occupazione Usa che hanno deluso nel primo trimestre - a partire da quello non agricolo dei soli 126mila posti dello scorso venerdì - il cross valutario euro/dollaro potrebbe rimanere in questo range nel breve termine, visto che i mercati potrebbero prezzare un allontanamento dell'aumento dei tassi da parte della Fed, come di fatto già annunciato in maniera informale da alcuni suoi membri e della stessa Goldman Sachs. Ma se prendiamo il quadro in una logica di medio-lungo termine, la desincronizzazione tra le politiche monetarie della varie Banche centrali è chiara, visto che tutti si attendono una Bce che mantenga tassi a zero per molto altro tempo, mentre è di più breve attesa una scelta rialzista da parte di Fed e Bank of England, quest'ultima forse già all'inizio del secondo semestre di quest'anno. 

Quindi, con i rendimenti europei ancorati a zero, gli investitori dovranno riallocare i loro investimenti in asset con maggiore yield, in gran parte Oltreoceano, e dato che la gran parte del capitale e dei coupons europei a maturazione dovranno essere renivestiti nel 2015 (parliamo di un controvalore pari al Qe, circa 1,15 triliardi di euro), questa dinamica potrebbe portare a un forte outflows nei prossimi trimestri, un qualcosa che pesare al ribasso sulla valutazione dell'euro, come ci mostra il grafico.

 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >