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SPY FINANZA/ Così la Bce rischia di "far a pezzi" l'euro

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Terza ragione è quella legata ai rischi politici in Grecia e Spagna. Se infatti l'Eurogruppo dello scorso 20 febbraio ha di fatto esteso il programma di aiuti per Atene e garantito un nuovo finanziamento da 7,2 miliardi di euro, il tutto vincolato a un piano di riforme che Atene dovrà far ratificare dal Parlamento entro la fine di questo mese, le dinamiche in atto sono tutt'altro che tranquillizzanti. Primo, la Grecia sta finendo i soldi e dipende da un lato dai prestiti emergenziali dell'Ela verso le sue banche e dall'altro da disperate aste obbligazionarie a breve termine come quelle dell'altro giorno per pagare i propri debiti in scadenza, ultimo quello da 450 milioni di dollari verso il Fmi saldato mercoledì scorso. Da qui al 20 luglio ci sono altre scadenze ma tutte di importo gestibile generando altro debito, mentre nei due mesi che porteranno a settembre l'esborso sarà di valore decisamente più alto e i nodi rischiano di venire al pettine. 

Stando agli strategist di SocGen, questa situazione garantirà paradossalmente una mantenimento dello status quo per alcuni mesi, senza cambiamenti significativi: ovvero, si continuerà a calciare in avanti la lattina, di deroga in deroga, per timore da un lato del sempre meno improbabile Grexit e dall'altro per il fatto che un'Atene disperata non trovi altra soluzione se non quella di spalancare le sue porte a due membri non Nato come Cina e Russia per ottenere finanziamenti e sconti energetici. 

Le banche continueranno a restare sotto pressione, le fughe di capitali proseguiranno anche se in minor entità e a questa situazione di incertezza andrà ad unirsi, da settembre in poi, il timore per una vittoria roboante di Podemos alle politiche spagnole di novembre: tutte dinamiche che garantiranno, di fatto, un deprezzamento o comunque un cross debole all'euro. 

Ultima ragione, il fatto che per SocGen la Bce estenderà quasi certamente il suo Qe oltre il settembre 2016, in una sorta di déjà vu del "never ending Qe3" della Fed. Se infatti l'eurozona sta ora beneficiando i basso prezzo del petrolio, condizioni finanziarie in miglioramento e una politica di stimolo fiscale, le necessità di deleverage bancario e corporate e quelle di riforme strutturali, soprattutto del mercato del lavoro, rischiano di tramutare quei fattori favorevoli in qualcosa di incapace nel sostenere una ripresa forte e stabile. Per questo, se l'outllok inflazionistico non dovesse migliorare sensibilmente, gli economisti francesi propendono per un Qe più lungo, che contempli da un certo punto in poi l'acquisto di asset corporate (dal 1 gennaio 2016 in poi) e che si estenda fino al 2017, con l'aggiunta di una prosecuzione del programma Tltro, per un ulteriore aumento dello stato patrimoniale della Bce per 600 miliardi di euro, oltre il 1,1 triliardo già stimato. 

Io non ci credo, per le ragioni di cui vi parlo da giorni, prima delle quali la scarsa eligibilità di bond sovrani entro il tasso negativo di deposito del -0,20%, visto anche il surplus tedesco, ma ovviamente se si passasse all'acquisto di bond corporate e magari, indirettamente, di equities, allora la questione cambierebbe: e l'euro andrebbe incontro alla sua morte certa, al massimo entro il 2018 e in maniera concordata. 


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