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FINANZA/ La "guerra" delle monete che fa a pezzi l'economia

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Qui l’analisi di Parolin si approfondisce con un paragone storico: “Non solo la matrice o il modello tardo-medievale e rinascimentale si ripete e ingigantisce, perpetuando il legame della moneta con il potere, ma ad esso si uniscono due altri fenomeni, sviluppatisi nell’età moderna e in quella contemporanea”. Salto per ora l’enunciazione (interessante) dei due fenomeni e arrivo alla conclusione: “Lo stesso fenomeno della crescita esponenziale del credito tra la fine del secolo scorso e l’inizio del presente, che provocò la crisi del 2008, non è altro che una conseguenza della scorretta associazione della moneta con il potere, che erroneamente favorì l’espansione creditizia”.

L’eccessiva espansione creditizia, attuata in maniera criminale dal sistema bancario e permessa, senza un solo fiato di lamento, dai poteri politici e istituzionali ci ha condotto alla crisi attuale. E così oggi: “La domanda che ci si pone è se il credito governa i Governi o se i Governi governano il credito, e la risposta è che, come nell’epoca rinascimentale, c’è una associazione di fatto tra i due soggetti: Governo e settore finanziario, dove il primo utilizza il credito come strumento della sua attività nazionale ed internazionale e il secondo approfitta della situazione privilegiata che lo Stato, in un modo o l’altro, gli garantisce. Il settore finanziario non si è dunque reso indipendente della politica”. 

Di fronte a questa mutata situazione, Parolin ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II nel 1987: “È necessario denunciare l’esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali, i quali, benché manovrati dalla volontà degli uomini, funzionano spesso in maniera quasi automatica, rendendo più rigide le situazioni di ricchezza degli uni e di povertà degli altri. Tali meccanismi, azionati in modo diretto o indiretto dai paesi più sviluppati, favoriscono per il loro stesso funzionamento gli interessi di chi li manovra, ma finiscono per soffocare o condizionare le economie dei paesi meno sviluppati” (Sollecitudo Rei Socialis n. 16).

Quindi, con lo stesso tipo di giudizio ha proseguito Ratzinger: “Lo sviluppo dei popoli degenera se l’umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei ‘prodigi’ della tecnologia […] come lo sviluppo economico si rivela fittizio e dannoso se si affida ai ‘prodigi’ della finanza per sostenere crescite innaturali e consumistiche” (Caritas in Veritate n. 68).

Parolin non manca di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, visto che nel numero di “Limes” è presente anche un articolo dedicato allo Ior. Evidenziando le minuscole dimensioni dell’istituto (anche secondo i dati di Bankitalia) il cardinale afferma che “scherzando un po’, si potrebbe dire che stabilire un rapporto tra la riforma della Curia Romana e degli altri organismi di collaborazione della Santa Sede, tra cui lo Ior, e i rapporti geopolitici tra moneta ed impero è come cercare di paragonare la Guardia svizzera pontificia con le Forze armate di un grande Paese”.

E poi, relativamente all’azione del Papa: “La risposta del Papa all’intreccio finanza-politica internazionale è ben altra. È innanzitutto la condanna della guerra, sempre presente negli insegnamenti papali, durante tutto il secolo XX e XXI. È poi la condanna del nazionalismo e di ogni pretesa di supremazia nazionale. È, infine, il richiamo, particolarmente presente negli ultimi pontificati, a non permettere che la finanza diventi un elemento autonomo, sregolato e slegato dall’economia reale, ma invece si metta al servizio della produzione, della creazione dei posti di lavoro e, in ultima analisi, delle famiglie e degli individui”.

E quindi siamo alla conclusione, che mi pare ci interessi specificamente nella seconda parte: “La risposta di papa Francesco alla guerra della finanza è una chiamata alla responsabilità. Alla responsabilità dei politici e dei grandi operatori economici, ma anche alla responsabilità dei piccoli e dei poveri, che devono imparare ad essere padroni dei propri destini e a difendere la propria dignità, quella delle loro famiglie e delle loro comunità”.


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