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FINANZA/ La "guerra" delle monete che fa a pezzi l'economia

Pubblicazione:domenica 12 aprile 2015

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Il 31 marzo a Palazzo Maffei Marescotti a Roma è stato presentato l’ultimo numero della rivista “Limes” dal titolo “Moneta e impero”. Tra gli altri è intervenuto il cardinale segretario di Stato Parolin, autore di un discorso di grandissimo spessore, ripubblicato su L’Osservatore Romano. Un discorso che spero possa essere ripreso e approfondito, perché può costituire a mio avviso davvero una pietra miliare del pensiero cristiano non solo su questa crisi economica, ma sull’intera questione dell’economia e della finanza in funzione del bene comune.

Così inizia il suo discorso, a commento del volume di “Limes” in presentazione: “Il riuscito sottotitolo ‘guerre valutarie e centri di potenza’ condensa bene il contenuto del volume e rimanda ad un giudizio etico sulle guerre e sulle pretese egemoniche. Come la Chiesa condanna il nazionalismo estremo e le guerre, così si deve concludere che implicitamente condanna le ‘guerre finanziarie’, nelle quali la manipolazione delle monete nazionali diventa uno strumento attraverso il quale gli Stati impongono la propria supremazia od offrono benefici ai propri cittadini a scapito di quelli di altri Stati”.

Quindi, a essere valutata negativamente non è solo una moneta, ma un’ intera architettura monetaria e finanziaria (e bancaria) che permette e favorisce queste guerre valutarie. Un’osservazione non di secondo piano, visto che proprio il primo articolo del volume di “Limes” presentato si intitola “La guerra delle valute”. Ma l’intervento di Parolin è ricco di spunti di interesse e di riflessioni che vale la pena approfondire. Ne vedremo alcuni tra i principali.

Il discorso di Parolin è una sorta di excursus storico del rapporto tra impero (inteso come potere dello Stato) e moneta; in questo excursus storico il cardinale ha ripercorso anche i diversi pronunciamenti della dottrina della Chiesa, evidenziando un percorso ideale di sempre maggiore profondità, ma che ha mantenuto comunque fissa la bussola sull’obiettivo della cura dei poveri e della fascia sociale dei più deboli. Sulla linea di questo percorso ideale non sono mancate le critiche, anche dure, al sistema economico e finanziario come negli anni si andava formando, fino all’assetto attuale.

Eppure, come rilevato da Parolin, fin dagli albori del suo sorgere in chiave moderna, la Chiesa non aveva una concezione negativa del libero mercato. Così si esprimeva papa Benedetto XV nel 1917: “Stabilito così l’impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso”. Ma poi proseguiva: “Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione”. E cosa accadeva invece in concreto? Accadeva che dalla Germania si pretesero danni di guerra esorbitanti che non era possibile pagare e che aprirono la porta prima all’iperinflazione (durante la repubblica di Weimar) e poi alla presa del potere dal parte del nazismo di Hitler. 

Come osservato da Parolin, l’appello di Benedetto XV era soprattutto un forte richiamo etico alla responsabilità dei governanti, il cui primo e assoluto dovere è di procurare “la quiete e la gioia di innumerevoli famiglie, la vita di migliaia di giovani, la felicità stessa dei popoli”. Dopo la Seconda guerra mondiale un nuovo clima si respirava nei rapporti internazionali. Questo portò ai celebri accordi di Bretton Woods che, nonostante tutti i limiti, facevano riferimento a una comune volontà di non utilizzare più lo strumento della guerra nelle situazioni di crisi tra le nazioni. Una volontà di pace che veniva in qualche modo consegnata agli accordi commerciali e monetari.


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