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SPY FINANZA/ "L'arma" degli Usa per controllare il prezzo del petrolio

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I compratori, solitamente, sono hedge funds, linee aeree, raffinerie e utilities, ma il problema è che, come conferma John Kilduff dell’Again Capital Llc, «la gente che era intenzionata a vendere è la stessa che è rimasta con il malloppo in mano quando i prezzi hanno cominciato a muoversi». Il netto calo delle quotazioni - da 107,26 dollari del 20 giugno 2014 ai 46,39 dollari di sette mesi dopo - ha di fatto colto di sorpresa molti partecipanti del mercato, come ad esempio Harold Hamm, fondatore della Continental Resources, il quale a ottobre ha venduto tutti gli strumenti di protezione della sua azienda, puntando su un rimbalzo e invece ha dovuto assistere al calo continuo del prezzo. Altre aziende, invece, hanno comprato assicurazioni, visto che il fair value delle 68 compagnie presenti nell’indice Bloomberg Intelligence North America Independent Explorers and Producers era già salito a 26 miliardi al 31 dicembre scorso, un incremento di cinque volte dalla fine del settembre 2014, stando sempre a dati di Bloomberg.

Nonostante tutto, è difficile determinare chi perderà dei soldi su questi trades e quanti, visto che solo pochi produttori hanno rivelato i nomi delle loro controparti: più di una dozzina di aziende energetiche ha confermato di aver comprato strumenti di hedging dalle loro banche di riferimento per il business, incluse le quattro citate in precedenza. Alla fine del 2014, JP Morgan deteneva circa 671,5 milioni di controvalore di esposizione in derivati alle compagnie energetiche, incluse Pioneer Natural Resources, Concho Resources, Pdc Energy e Antero Resources, un dato simile a quello di Well Fargo, la quale detiene 460,9 milioni di controvalore di derivati su gas e petrolio per aziende come Carrizo Oil, Pioneer, Antero, Conchio e Pdc.

Insomma, in alcuni casi le principali compagnie hanno stipulato contratti con più soggetti finanziari. Ovviamente non stiamo parlando di somme che possono scatenare una crisi sistemica, visto che normalmente le commodities occupano una percentuale minore del business di una banca rispetto al prestito e alla sottoscrittura, tanto più che gli istituti a loro volta fanno hedging sul loro rischio legato al prezzo del petrolio. JP Morgan lo scorso hanno aveva assets per 2,57 triliardi di dollari contro liabilities nette per derivati sulle commodities pari a 2,3 miliardi, mentre Well Fargo deteneva assets totali per 1,69 triliardi di dollari contro liabilities su materie prime pari a 241 milioni.

Resta da dire, però, che 26 miliardi di dollari sono sempre 26 miliardi di dollari. Ma le compagnie petrolifere Usa hanno già compiuto netting per almeno 2,4 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre del 2014 sulle loro posizioni di hedging, stando a dati del Bloomberg Intelligence Index e normalmente può capitare che le aziende legate al comparto oil perdano soldi sui trade, poiché il profitto è dato dal vendere il petrolio a prezzi più alti: un po’ come un’assicurazione sulla casa, nessuno la compra sperando che casa sua bruci. Inoltre, la protezione da 26 miliardi di dollari non durerà per sempre, molti contratti di hedging scadranno a fine anno e comprare nuova protezione oggi significa farlo bloccando il prezzo sotto i 60 dollari al barile: in alternativa c’è la scelta di Hamm, ovvero non avere cuscinetti e osservare il prezzo del greggio scendere ancora, sperando nel bottom.

Di fatto le istituzioni finanziarie operano come cosiddetti “go-between”, ovvero vendono derivati petroliferi a una compagnia e ne comprano da un’altra, monetizzando da commissioni e profitti sugli spread: il problema è se le banche sapranno operare un adeguato off-set del loro rischio quando il mercato si schianterà frontalmente, stante la produzione al massimo che a maggio non potrà più essere stoccata e dovrà andare giocoforza sul mercato, aumentando ancora l’offerta in un mercato già saturo.


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