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SPY FINANZA/ "L'arma" degli Usa per controllare il prezzo del petrolio

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Ecco quindi la carta geopolitica, visto che proprio la scorsa settimana - freschi freschi di accordo sul nucleare con il gruppo del cosiddetto P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania) - alcuni funzionari del governo iraniano erano a Pechino per cercare un accordo per nuove vendite di petrolio alla Cina, una mossa per rendere meno stringenti le sanzioni occidentali e porre pressione su Washington affinché acconsenta a un loro ammorbidimento, almeno sull’export di greggio. A causa delle restrizioni imposte alla fine del 2011 in relazione al programma di arricchimento dell’uranio, Teheran infatti ha patito una calo di 1 milioni di barili al giorno di export nel 2012 rispetto all’anno prima, stando a dati dell’Eia statunitense. Storicamente, poi, l’Iran è il terzo esportatore verso la Cina, anche se per evitare una rottura netta con Ue e Usa dal 2012 Teheran ha ridotto il suo export verso il Dragone, a sua volta secondo consumatore al mondo e Paese che conta per un terzo della crescita mondiale dei consumi petroliferi.

Insomma, forte dell’accordo sul nucleare - la cui ratifica finale sarà però a giugno e che già sconta l’opposizione tout court di Israele e di buona parte del Congresso Usa - Teheran vorrebbe diversificare il suo mercato petrolifero, sia per non essere interamente dipendente dall’Europa, sia per l’oggettiva difficoltà di penetrare il mercato Usa, tanto più che nonostante le sanzioni, Pechino nel 2014 ha aumentato il suo import dall’Iran, il quale ha più volte rotto la quota massima di 1 milione di barili al giorno imposta dalle restrizioni internazionali. Insomma, Teheran si fa forte del fatto che le sanzioni saranno, se non eliminate, almeno allentate e di molto entro giugno, quando sarà implementato e concluso l’accordo sul nucleare e quindi si porta avanti con il business, tanto che giovedì il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha avvertito che il suo Paese non firmerà l’accordo sul programma nucleare a meno che «tutte le sanzioni economiche non siano revocate immediatamente», subito spalleggiato dalla guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, a detta del quale «l’accordo deve rimuovere tutte le sanzioni». Insomma, Rohani alza la voce forte dell’accordo: «Non firmeremo alcun accordo a meno che tutte le sanzioni non vengano cancellate il primo giorno della sua applicazione», tesi quest’ultima sostenuta anche dal ministro degli Esteri, Javad Zarif e della sua squadra di negoziatori, in vista della firma dell’accordo finale prevista entro il 30 giugno.

Nella scheda diffusa dagli Usa dopo l’intesa di Losanna si parla invece di “sospensione” delle sanzioni europee e statunitensi solo quando l’Aiea avrà compiuto i passi concordati e di possibile ripristino nel caso di inadempienza: sulla stesse linea si sono espressi sia il presidente Usa, Barack Obama, che ha parlato di rimozione graduale e condizionata, che il presidente francese, Francois Hollande. Nella dichiarazione congiunta del 2 aprile, infatti, si parla di “fine” delle sanzioni Usa e Ue «contemporaneamente alla applicazione da parte dell’Iran, verificata dall’Aiea, degli impegni presi». Ma per la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, l’intesa raggiunta a Losanna «non è vincolante», tanto da chiedersi «se la rimozione delle sanzioni dipende da un altro processo, perché hanno cominciato a negoziare?».

Insomma, come molti temevano in Israele e negli Usa, l’Iran sta cercando di sfruttare al massimo il potenziale di mediazione e anche di ricatto garantito dal frettoloso e raffazzonato accordo raggiunto a Losanna. Tanto più che un’eliminazione delle sanzioni riporterebbe in gioco un player di primo piano della produzione petrolifera, di fatto facendo aumentare la domanda e rischiando un ulteriore calo dei prezzi, l’ultima cosa che possono augurarsi gli Stati Uniti. Per Vikas Dwivedi, strategist di Macquarie Bank a Houston, «l’Iran potrebbe far risalire la propria produzione in maniera significativa già nelle settimane seguenti all’approvazione dell’accordo, aumentando l’export di 300-400mila barili al giorno grazie alle riserve di 30 milioni di barili, ma la vera pressione sul mercato arriverebbe subito dopo, sostanziata dalla risposta dei produttori del Golfo». Sempre stando ad analisi di Macquarie, però, ci vorranno tra i sei e i nove mesi prima che Teheran possa raggiungere il potenziale di produzione che aveva prima delle sanzioni, ovvero aggiungere all’attuale output un altro milione di barili al giorno. Inoltre, i membri Opec del Golfo certamente non vorranno cedere quote di mercato, abbassando la propria produzione per pareggiare l’aumento di quella iraniana, quindi l’output del cartello per il 2015 potrebbe salire a 32 milioni di barili al giorno, ben più alto del precedente 28,2 milioni e maggiore del record di marzo, quando sono stati toccati i 30,63 milioni di barili al giorno.