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SPY FINANZA/ Cina e Giappone, due "allarmi" per i mercati

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A ottobre, infatti, il Fmi dovrà decidere sull'inclusione della moneta cinese in un paniere di valute commerciali internazionali, conosciuto comeSpecial Drawing Right (Sdr), fatto che permetterebbe allo yuan di divenire ufficialmente una delle valute benchmark globali con dollaro, yen, euro e sterlina. Stando ad analisi di Goldman Sachs, «i politici cinesi vedono l'inclusione dello yuan nel Sdr come un passo fondamentale per l'internazionalizzazione della valuta e un forte deprezzamento della stessa verso il dollaro potrebbe creare maggiore resistenza politica alla decisione del Fmi». Quindi, ben venga un sacrificio del dato dell'export se il risultato è quello di un passo fondamentale verso un nuovo ordine valutario. 

Anche qui, occorrerà vedere come gli Usa risponderanno a questa sfida. Ma al di là delle valutazioni strategiche, i dati macro cinesi paiono veramente poco incoraggianti, a partire da quelli relativi al mercato dei metalli e dell'acciaio, il quale a detta dell'analista di Bloomberg, Kenneth Hoffman, tornato recentemente da un lungo tour nel Paese del Dragone, «è molto peggio di quanto si pensi, essendo un barometro della seconda economia mondiale. La domanda cinese di metalli sta crollando rapidamente, anche come reazione alla scelta di governo di rallentare la costruzione di infrastutture e trasformare il Paese in un'economia di consumi». 

Il primo grafico a fondo pagina, ci mostra come sia attesa una crescita negativa per l'acciaio, con il consumo interno già in netta contrazione dai livelli di picco di soli dodici mesi fa. Il problema è che a fronte di dati macro in deterioramento, la Cina sta vivendo un mercato azionario in rally assoluto, la cui durata però, prima o poi, potrebbe risentire dei rallentamenti dell'economia reale e di altre variabili, non ultima proprio quella valutaria. Nella sua ultima nota intitolata "The Worrying Sense of Calm in China", gli analisti di Bank of America-Merrill Lynch cominciano a porsi dei dubbi sulla sostenibilità dei corsi e avvertono che ormai «gli indici equities sono in territorio di euforia, è tempo di prendere un po' di profitto», tanto che dopo aver portato i titoli cinesi in rating overweight lo scorso agosto, oggi hanno tagliato la valutazione a "neutral" proprio a causa di problemi economici, come la deflazione, che non giustifica una corsa così di massa verso gli indici. 

Per il team, «i tassi di interesse reali cinesi restano troppo alti, la valuta troppo cara, la politica fiscale troppo restrittiva e il debito da deflazione ormai in possesso di buona parte delle dinamiche economiche. Siamo preoccupati dal fatto che il livello di stimolo fiscale e monetario richiesto sia tale - e in netto contrasto con le volontà dei regolatori - da non rendere più giustificabile un rating overweight». Certo, il mercato di Shanghai si è mosso da basi molto basse negli ultimi 10-20 anni, quindi qualcuno ancora storce il naso a parlare di "bolla", ma occorre ricordare come sia il mese di ottobre il vero punto di svolta storico per le equities cinesi: stando a dati di FactSet, lo Shanghai Composite ha superato i 1000 punti nell'ottobre del 1996, ha raggiunto il picco di oltre 6mila punti nell'ottobre del 2007, prima di schiantarsi ai minimi post-crisi di 1665 punti dell'ottore 2008. 

A fronte dei dati macro non incoraggianti che giungono da Pechino, riuscirà il rally a mantenersi tale fino al prossimo autunno o rischia di deragliare prima, schiacciato magari dal peso di un mercato che finalmente aprirà gli occhi sulla realtà e valuterà mark-to-market i titoli delle banche cinesi, in cima alla lista dei guadagni nonostante scontino sofferenze nei bilanci di entità pari a quelle mostrate nel secondo grafico? 

 

 


COMMENTI
14/04/2015 - Calo investimenti giapponesi (Moeller Martin)

Spiacente ma ha torto sulla lettura del calo degli ordinativi di macchinari giapponesi. Per un paese con vocazione all'export e una presenza forte di vere multinazionali globalizzate con siti di produzione in tutto il mondo, gli investimenti ricadono su molti paesi e quindi il grado di salute dell'industria non può essere misurato negli acquisti domestici. P.S. La Germania ha lo stesso problema: le industrie scoppiano di salute e scrivono anni record in sequenza, ma statisticamente gli investimenti nazionali risultano basi. Investono a più non posso, ma gli impianti destinati all'estero figurano nella voce export.