BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SPY FINANZA/ Cina e Giappone, due "allarmi" per i mercati

Pubblicazione:martedì 14 aprile 2015

Infophoto Infophoto

In parecchi, fra i traders, hanno già oggi chiuso le posizioni anche su Etf che tracciano gli indici cinesi e hanno ringraziato dei profitti. Ma non solo il gigante asiatico sembra inviare segnali tutt'altro che rassicuranti, anche l'altro colosso dell'area - ovvero il Giappone - sembra non sprizzare salute economica da tutti i pori. Ieri l'indice Nikkei ha chiuso le contrattazioni invariato a causa del dato che vede le aziende giapponesi continuare a investire poco - gli ordinativi dei macchinari core sono calati dello 0,4% rispetto al mese precedente, segno che le ditte sono ancora molto caute nell'effettuare investimenti importanti - e ignorando completamente le elezioni politiche locali, tenutesi nel weekend, che hanno visto prevalere il partito del premier, Shinzo Abe. Ma a inviare sempre più segnali di sfiducia verso le politiche governative sono proprio quelle istituzioni finanziarie che dovrebbero maggiormente beneficiare dell'Abenomics e degli acquisti onnivori di assets da parte della Bank of Japan, ultima delle quali il gruppo assciurativo NipponLife, il cui presidente, Kunie Okamoto, ha dichiarato che «è poco saggio pensare che i rendimenti dei bond nipponici non saliranno per il semplice fatto che gli investitori interni detengono più del 90% del debito governativo. Tanto più che un ulteriore stimolo monetario non è affatto desiderabile, visto che con la Banca centrale che già compra circa il 90% dei bond sul mercato, questa politica non è buono, né giusto che sia sostenuta». 

Detto dal numero uno di un'azienda che è tra i maggiori acquirenti di debito a lungo termine, visto che da vita a offset sulle liabilities, pare un messaggio molto chiaro, reso ancora più netto dal fondo BlackRock, che nel suo ultimo report parlava di «rischio per il Paese di precipitare in una crisi fiscale». Ma si sa, nel Paese delle meraviglie del dinamico due Abe-Kuroda non c'è spazio per il dubbio e il realismo, ma solo per l'ottimismo a oltranza, spesso tale da apparire stimolato da assunzioni di stupefacenti. Per il vice-governatore della Bank of Japan, Hiroshi Nakaso, infatti «non c'è alcuna ragione che l'Istituto riveda i suoi obiettivi sull'inflazione», questo nonostante il crollo dei pezzi del petrolio abbia reso gli stessi impossibili da raggiungere. E perché? Semplice, nonostante il mondo intero si attenda che l'obiettivo del 2% entro la fine dell'anno fiscale in corso venga tagliato il 30 aprile prossimo, per Nakaso «stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti positivi nel comportamento di aziende e cittadini che raramente accadono quando il Giappone punta verso la deflazione. Ci sono prove ed evidenze che il Giappone stia scacciando via la sua propensione mentale verso dinamiche deflazionistiche». 

Mah, qualcuno faccia vedere al buon Nakaso il grafico a fondo pagina, vediamo se riesce a negare anche l'evidenza... Ma c'è di più, visto che Goldman Sachs ha pubblicato uno studio tutt'altro che rassicurante sulla situazione giapponese, in base al quale «in caso di uno scenario di hard landing estremo, ad esempio un ritorno brutale a un regime di normalità da quello attualmente in vigore per la Bank of Japan, sia il mercato forex che quello delle obbligazioni sovrane potrebbero conoscere shock di notevole entità. Vediamo infatti poche possibilità oggettive e segnali che il target dell'inflazione al 2% possa essere raggiunto nel breve termine. Ci aspettiamo che l'indice core Cpi continui a rallentare e crediamo che la Bank of Japan darà vita a ulteriore stimolo a partire dal luglio di quest'anno. Ma nonostante questo, l'obiettivo del 2% resta fuori dalla portata e quindi l'Istituto centrale dovrà rivederlo al ribasso se non vorrà vedere messa in discussione la sua stessa credibilità». 

 


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
14/04/2015 - Calo investimenti giapponesi (Moeller Martin)

Spiacente ma ha torto sulla lettura del calo degli ordinativi di macchinari giapponesi. Per un paese con vocazione all'export e una presenza forte di vere multinazionali globalizzate con siti di produzione in tutto il mondo, gli investimenti ricadono su molti paesi e quindi il grado di salute dell'industria non può essere misurato negli acquisti domestici. P.S. La Germania ha lo stesso problema: le industrie scoppiano di salute e scrivono anni record in sequenza, ma statisticamente gli investimenti nazionali risultano basi. Investono a più non posso, ma gli impianti destinati all'estero figurano nella voce export.