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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Cina e Giappone, due "allarmi" per i mercati

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E ancora, «visti i rischi connessi a eventuali cambi di regime sui mercati, la BoJ dovrebbe gestire con estrema delicatezza una sua exit strategy. Prevediamo che la Banca potrebbe eventualmente sganciarsi dal suo target rigido del 2% e optare per un più realistica banda di oscillazione tra 1-2%, dando inizio al "taper" del programma nella seconda metà dell'anno fiscale 2017, un periodo che avrà permesso di eliminare gli effetti avversi del secondo aumento dell'Iva. In caso però di potenziali ritardi nel consolidamento fiscale e maggiori shock sui mercati, pensiamo che il "taper" potrebbe finire con l'essere molto limitato, con la BoJ che continuerebbe ad acquistare un certo quantitativo di bond». Tanto più che ancora Kunie Okamoto ricorda al governo che «il fatto che le banche e le compagnie assicuratrici siano state acquirenti di bond in passato, non significa che debbano continuare a farlo nel futuro». 

Insomma, non date per acquisito un fatto che tale non è: la BoJ è di fatto con le spalle al muro? Le evidenze di cui abbiamo parlato finora paiono confermare di sì, ma il peggio deve ancora arrivare, soprattutto per quanto riguarda i consumatori nipponici, i quali infatti stanno pagando e a caro prezzo l'inflazione reale, quella che non viene tracciata dagli indici tanto importanti per la BoJ, ma che si fa sentire nel portafoglio di chi fa la spesa e paga le bollette, come ci mostrano i due grafici a fondo pagina. Stando a un sondaggio tra i consumatori condotto proprio dalla Bank of Japan, infatti, l'opinione pubblica pensa che il costo della vita sia salito due volte più velocemente del tasso di inflazione ufficiale, creando di fatto un gap inspiegabile. 

Così non è invece e ce lo dimostra Naohito Abe, professore della Hitotsubashi University, a detta del quale i dati ufficiali non tengono conto di nuovi prodotti che pesano per almeno la metà dei beni venduti nei negozi tipo e che ora sta inserendo in un suo indice ad hoc, creato con la Intage Inc. e la New Supermarket Association of Japan. Nel 2008, quando il buon Kuroda fissava l'obiettivo inflattivo al 2%, per il misuratore di Hitotsubashi il tasso di aumento dei prezzi era già al 4%: e questo, con le dinamiche salariali schiantate al palo, rappresenta un costo molto pesante per i cittadini, il quale di converso si riverbera sui consumi. Certo, per alcuni è la prova indiretta che la politica di Abe-Kuroda per eliminare il peso di venti anni di deflazione sta funzionando, ma a quale costo per i cittadini e, soprattutto, i mercati?

 

 

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COMMENTI
14/04/2015 - Calo investimenti giapponesi (Moeller Martin)

Spiacente ma ha torto sulla lettura del calo degli ordinativi di macchinari giapponesi. Per un paese con vocazione all'export e una presenza forte di vere multinazionali globalizzate con siti di produzione in tutto il mondo, gli investimenti ricadono su molti paesi e quindi il grado di salute dell'industria non può essere misurato negli acquisti domestici. P.S. La Germania ha lo stesso problema: le industrie scoppiano di salute e scrivono anni record in sequenza, ma statisticamente gli investimenti nazionali risultano basi. Investono a più non posso, ma gli impianti destinati all'estero figurano nella voce export.