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SPY FINANZA/ Cina e Giappone, due "allarmi" per i mercati

In Cina i dati economici non sono buoni, ma la Borsa continua a salire. E anche dal Giappone non arrivano notizie rassicuranti per gli investitori, spiega MAURO BOTTARELLI

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Mancava un'ultima conferma per decretare l'impazzimento globale dei mercati, ieri è arrivata. Come dimostra il primo grafico a fondo pagina, nel mese di marzo i dati dell'import ed export cinesi sono letteralmente crollati, rispettivamente del 12,7% e del 15%, addirittura le esportazioni in contrasto con un consensus del Wall Street Journal per un rimbalzo del 10% e per la Reuters addirittura del +12% e con un surplus commerciale pari a 3,1 miliardi di dollari. Insomma, un dato macro tutt'altro che entusiasmante: e sapete come ha reagito il mercato azionario cinese alla notizia? Shanghai ha piazzato un +2,16% che ha confermato la rottura dei 4mila punti, mentre Hong Kong è salita addirittura del 2,73%: insomma, sfondati al rialzo i massimi da sette anni a questa parte, come mostra il secondo grafico! 

Dunque, come per gli Usa, ora anche in Cina "bad news are good news", visto che questa debolezza macro viene letta dagli analisti come sprone ulteriore alla Banca centrale affinché ampli le misure di supporto all'economia già in atto da cinque mesi, seppur con fasi e intensità alterne. E poi, si sa, finché gli indici tirano, non c'è da preoccuparsi nel mondo fatato della liquidità a costo zero: tanto che ieri a mitigare l'effetto negativo dei dati macro ci ha pensato la China Securities Depositary and Clearing Co., la quale ha annunciato che gli investitori negli indici asiatici non avranno più un limite a un unico conto titoli ma potranno aprirne e detenerne fino a 20, a partire da ieri! Inoltre, i dati di marzo sono molto attesi, poiché sono i primi a non patire gli effetti distorsivi che colpiscono i mesi di gennaio e febbraio, a ridosso del capodanno solare e anticipano il dato del Pil, che verrà reso noto domani. 

Per Tony Nash, vice-presidente della Delta Economics, «il vero problema dei dati sul commercio cinese è rappresentato dal fatto che Pechino non compie revisioni economiche. Quindi, c'è una componente di mea culpa, penso, per quel numero del 45% dell'export del mese scorso. Era chiaramente un dato overshot». Ora tutti gli occhi sono puntati sul dato del Pil, il quale dovrebbe confermare come la seconda economia del mondo crescerà quest'anno del 7%, dopo il 7,4% del 2014 che è risultato il livello più lento da 24 anni a questa parte. Per Michael Hewson, analista alla CMC Markets, «il dato in calo più delle attese di import ed export ha fatto aumentare i timori per l'obiettivo cinese del Pil, tanto che se la produzione industriale e le vendite al dettaglio mostreranno domani un dato deludente e porranno quindi pressione sul dato di crescita generale, allora possiamo già da ora pensare a crescenti pressioni per maggiori manovre di stimolo», dopo due tagli dei tassi da novembre a oggi e un abbassamento dei requisiti di riserva per le banche. 

Ma qualcuno tende a non drammatizzare troppo questo dato e lo lega all'insistenza cinese nel voler mantenere uno yuan artificialmente forte, di fatto colpendo proprio la voce dell'export per limitare la dipendenza dell'economia dalle esportazioni e cercando di orientarla più verso i servizi, come conferma Jason Daw di Societe Generale, a detta del quale «uno yuan più forte su basi commerciali bilanciate è in linea con una politica di ribilanciamento da export a crescita interna». Stando al Behavioral Equilibrium Exchange Rate Model di Barclays, attualmente lo yuan sarebbe sopravvalutato del 20% e alla base della non preoccupazione da parte delle autorità cinesi c'è un unico fatto. 

 

 


COMMENTI
14/04/2015 - Calo investimenti giapponesi (Moeller Martin)

Spiacente ma ha torto sulla lettura del calo degli ordinativi di macchinari giapponesi. Per un paese con vocazione all'export e una presenza forte di vere multinazionali globalizzate con siti di produzione in tutto il mondo, gli investimenti ricadono su molti paesi e quindi il grado di salute dell'industria non può essere misurato negli acquisti domestici. P.S. La Germania ha lo stesso problema: le industrie scoppiano di salute e scrivono anni record in sequenza, ma statisticamente gli investimenti nazionali risultano basi. Investono a più non posso, ma gli impianti destinati all'estero figurano nella voce export.