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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "rally" che mette a rischio i mercati

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Ma il dato più interessante e preoccupante è quello contenuto nel primo grafico a fondo pagina, il quale ci mostra che dopo la Fed di Atlanta e il suo GDPNow allo 0,0% per il Pil del primo trimestre, ora anche le statistiche ufficiali cominciano a piegarsi alla realtà e a crollare, letteralmente, con un dato di crescita per i primi tre mesi di quest'anno rivisto all'1,4%, la metà esatta di quanto previsto solo a gennaio! E il secondo grafico penso sia sufficiente a tacciare sul nascere ogni patetico utilizzo della scusa in base al quale il rallentamento dell'economia sia imputabile alle pessime condizioni meteorologiche registrate quest'inverno: a parte febbraio, lo scorso anno è andata molto peggio. 

E il mio pessimismo, io mi ostino a chiamarlo realismo, comincia a trovare sodali anche Oltreoceano, in particolar modo proprio tra chi opera sui mercatio, visto che nel suo ultimo sondaggio tra 177 manager di fondi (con portafogli di gestione globali per 494 miliardi di dollari), BofA-Merrill Lynch ha certificato che il timore di una bolla sugli assets - bond e titoli - sia la principale preoccupazione per il 13% degli intervistati, contro solo il 2% del mese di febbraio. Inoltre, il 25% dei manager interpellati ha detto che le equities sono sopravalutate, in rialzo dal 23% di marzo e dall'8% di febbraio: certo, il 42% toccato nel 1999 è ben lontano ma non disperate, prima del ritorno dalle vacanze potremmo avere interessanti sorprese. 

Le quali, invece, non mancano già ora per quanto riguarda il settore obbligazionario, visto che l'84% degli interpellati ritiene i bond sopravalutati, contro il 75% del mese scorso: di più, per il 70% dei manager il mercato Usa è il più caro al mondo già oggi. E le criticità salgono per chi opera in reddito fisso, visto che stando agli ultimi dati disponibili le scorte di posizioni obbligazionarie per i cosiddetti market-makers sono drammaticamente più basse che in passato, visto che i Treasuries immediatamente disponibili sono oggi 1,7 triliardi, contro i 2,7 triliardi del picco registrato nel 2007, ma questo a fronte di un mercato dei titoli Usa che ora è di 12,5 triliardi, contro i soli 4,4 del 2007. Insomma, domanda in crescita esponenziale a fronte di ridotta capacità di offerta. 

E il trend per i dealers, ovvero le grandi banche d'investimento, per il debito corporate è più o meno simile, visto che la loro disponibilità è scesa del 75% dal picco del 2007, a fronte di una crescita del debito corporate in essere del 50% dallo stesso periodo a oggi. E il rischio di una serie di scostamenti netti nei movimenti di mercato, ad esempio il flash crash occorso lo scorso ottobre sui Treasuries, sta crescendo di pari passo con il drenaggio della liquidità nel comparto (argomento di cui abbiamo parlato ieri), tanto che per David Hunt, amministratore delegato di Prudential Investment Management (934 miliardi di asset in portafoglio a fine 2014), «la preoccupazione numero uno tra chi acquista bond a livello globale è proprio la liquidità e la sua sparizione molto rapida dal lato sell del trading su reddito fisso. Si tratta di un grosso rischio e penso sia una delle conseguenze non volute del tentativo dei regolatori di evitare un'altra crisi finanziaria». 

Stando a dati della Securities Industry&Financial Markets Association, dalla fine del 2007 il mercato dei bond Usa è cresciuto del 23%, mentre il trading è calato del 28% nello stesso periodo, visto che i regolatori, ufficialmente per ridurre i rischi, hanno reso meno attrattivo per le banche detenere una scorta di bond tradabili. Ancora Hunt sottolinea che «se dovesse capitare un evento politico particolarmente serio o qualsiasi altra cosa che inneschi un aumento dei rendimenti tale da mettere i traders in conidizoni di dover uscire dalla loro posizione di investimento attuale, beh la cosa sarebbe parecchio difficile».