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SPY FINANZA/ Il "rally" che mette a rischio i mercati

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Insomma, per riassumere: la domanda di debito corporate è alta a causa delle ricerca globale di rendimento resa possibile dai tassi a zero delle operazioni di Qe e le aziende emettono come se non ci fosse un domani per anticipare l'eventuale rialzo dei tassi della Fed, mentre i book dei dealers hanno offerta sempre più limitate a causa delle nuove regolamentazioni e il mercato primario sta scoppiando, a fronte di un secondario che vede invece volumi e liquidità pressoché zero. Non è un caso che, cosa mai accaduta, molti bond traders il lunedì non vadano nemmeno più al lavoro, visto che la riapertura delle contrattazioni post-weekend appare il giorno con meno sorprese possibili, essendo dominato dai trade degli algoritmi. Cosa significhi questo è presto detto: il mercato secondario altro non è che la mitologica porta d'emergenza del cinema affollato quando scoppia un incendio. Se questo è deserto e illiquido, in caso di evento di credito o quant'altro sui mercati, chi comprerà ciò che gli altri vogliono disperatamente vendere prima che sia troppo tardi?

Insomma, gli stessi regolatori che hanno permesso (o, comunque, non contrastato) gli eccessi che hanno portato all'ultima crisi finanziaria, oggi per miope eccesso di zelo stanno creando i presupposti per la prossima. E che la musica stia rallentando o si stia proprio fermando, citando la splendida scena della drammatica riunione notturna del film "Margin call", potranno dircelo tra non molto proprio gli operatori, i quali già oggi ci mandano indizi chiari sul fatto che la festa potrebbe essere alle fasi finali, visto che coprirsi dal rischio attraverso opzioni put già oggi costa molto più che proseguire la scommessa sul rialzo attraverso opzioni call: perché? Molti danno la colpa alle già citate regolamentazioni più stringenti ma spenti i computer e con davanti una birra, a lavoro concluso, quasi tutti i trader parlano di un'unica ragione: le possibilità di una correzione stanno crescendo giorno dopo giorno. 

Basta vedere i prezzi per i contratti put sullo Standard&Poor's 500, con le opzioni di copertura in caso di un calo del mercato del 10% entro luglio che hanno visto il loro costo salire del 120% al di sopra del valore del loro corrispettivo contrario, ovvero di chi va call per scommettere sul rally. Siamo al doppio dello spread medio dal 2005! E vi assicuro che in un mercato rialzista che non vede una correzione del 10% dal 2011 appare assolutamente normale proteggere le proprie detenzioni azionarie, ma il fatto che questa divergenza tra put e call sia visibile ovunque nel mercato potrebbe anche funzionare da acceleratore di un incendio doloso finanziario: le opzioni put con scadenza luglio sull'SDPR S&P 500 ETF Trust, l'ETF più popolare d'America, costa il 105% in più del suo corrispettivo call quest'anno, contro l'81% del 2014, stando a dati di Bloomberg. 

Insomma, più il rally artificiale prosegue, qui i rischi crescono. E con essi i prezzi per proteggersi. E ancora, la protezione a tre mesi da un calo del 10% del Powershares QQQ Trust, il più grosso fondo che traccia i titoli tecnologici, costa il 93% in più della call corrispettiva stando a prezzi del 10 aprile scorso, uno spread medio più alto del 51% rispetto al 2009. Certo, il fatto che le nuove regolamentazioni riducano l'offerta di protezione degli insurance book permette a chi li offre di caricare sulle commissioni, facendo salire i prezzi ma questa dinamica non basta a spiegare divergenze simili tra put e call: siamo ormai a una ratio del doppio tra ribassisti e rialzisti. Inoltre, la variabile del rialzo dei tassi da parte della Fed sta facendo crescere il nervosismo sui mercati, un altro driver primario dell'aumento dei costi di protezione. C'è poi il fatto che la Fed un bel giorno potrebbe controllare i book di trading di una grande banca o istituzione finanziaria e chiedersi quale sia il rischio che ha portato a quelle posizioni: beh, fidatevi di me, nessuno vuole vendere 5 miliardi di protezione al ribasso proprio il giorno in cui la Fed ti picchia sulla spalla. 

Insomma, si anticipa, forse eccedendo nella percezione del rischio anche per profitto, ma, ripeto, siamo a una ratio 2:1 tra chi si protegge dalla correzione e chi scommette sulla prosecuzione del rally, non può essere soltanto suggestione. Quest'ultimo grafico, penso possa levarvi i dubbi residui: a fronte di produzione ai massimi, prezzo al barile sempre basso e spazio di stoccaggio in esaurimento per il petrolio Usa, la ratio di utile per azione del comparto energetico a Wall Street viaggia ai livelli della bolla dot.com, 31.5x! Ridando un'occhiata ai dati macro di inizio articolo, poi, tutto sembra estremamente logico. Direi elementare.

 

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