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SPY FINANZA/ Il "rally" che mette a rischio i mercati

Pubblicazione:giovedì 16 aprile 2015

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Ieri è stato reso noto il dato Pil cinese per il primo trimestre di quest'anno e la crescita su base annua si è attestata al 7%, il livello fissato dal governo di Pechino per l'intero 2015. Certo una crescita sempre siderale rispetto ai dati asfittici cui ci ha abituato l'Europa, ma un rallentamento ai minimi dalla crisi finanziaria e, soprattutto, un dato che se scorporato in alcuni suoi indici, deve far riflettere e non poco, dopo il crollo di import ed export annunciati la scorsa settimana. Guardate i primi quattro grafici a fondo pagina, ci mostrano come altrettante componenti fondamentali mostrino segni di netta contrazione: le vendite al dettaglio, la crescita degli investimenti in capitale fisso su base annualizzata (per capirci, beni durevoli, macchinari ma anche computer, stampanti e fotocopiatrici per il settore dei servizi), la crescita annualizzata della produzione industriale e il crollo, letterale, del prezzo degli immobili, sempre anno su anno. 

Cosa ci dicono queste variabili macro, al netto del rally borsistico innescato a Shanghai e Hong Kong? Che la Cina, seppur con dinamiche diverse, non potrà che dar vita a un suo Qe. A meno che la scelta non sia quella di lasciar andare la barca lungo il fiume, forte comunque di una corrente del 7% di crescita, in attesa che uno yuan sovravalutato convinca il Fmi a inserirlo tra le valute benchmark a livello globale il prossimo ottobre, scelta che ovviamente farà la gioia di Washington e poi partire a tutta forza con l'operazione di maquillage che trasformerà il più grande produttore del mondo in un'economia di servizi e consumi. Auguri. 

Il problema è che per quanto riguarda gli immobili, ad esempio, ci troviamo di fronte al peggior calo dei prezzi a livello annuale mai registrato, mentre un'altra criticità rischia di rendere ancora più cupo il quadro: stando a dati della Banca del popolo relativi al mese di gennaio, infatti, la creazione di nuovi prestiti nel Paese è salita a 1,470 triliardi di renmibi, più del doppio di 697 miliardi di dicembre e un 14% in più su base annualizzata. Siamo al livello più alto dagli interventi di emergenza che seguirono il collasso di Lehman Brothers, il tutto in un contesto di continua crescita delle sofferenze bancarie - come vi ho dimostrato nel mio ultimo articolo dedicato a Cina e Giappone - e con il credito concesso dal sistema bancario ombra in continuo prosciugamento per le normative più stringenti imposte dai regolatori, ovvero con un canale di credito sul credito (per tamponare il debito primario) che viene a mancare. 

Ma se la Cina non ride, almeno non deve ancora piangere. Chi invece qualche motivo per fare già scorta di fazzoletti ce l'ha sono gli Stati Uniti, vista la nuova messe di dati macro negativi arrivati a inizio settimana. Guardate gli ultimi quattro grafici, sono la dimostrazione plastica di come soltanto la malafede o l'ideologia oggi possano negare il fatto che l'America sia in recessione. Primo, le vendite al dettaglio a marzo sono salite solo dello 0,9% contro un attesa dell'1,1%, ma dopo una revisione del -0,5% in febbraio, dato che ci porta alla peggior serie di aspettative fallite sulle vendite (quattro di fila) dal 2008-2009. E ancora, una sub-categoria dello stesso dato: ecco a voi la ratio tra scorte di magazzino e vendite, oggi a 1.36x, la più alta proprio dal picco Lehman. Ma attenzione, perché questo dato vi anticipo che sarà utilizzato dal Bureau della disinformazione a breve, ovvero quando quella merce stipata nei magazzini sarà troppa e si comincerà a venderla a prezzi di saldo estivo, garantendosi un picco - anche se relativo - mese su mese o trimestre su trimestre che a Washington verrà immediatamente conteggiato nel computo del Pil a tre mesi: insomma, preparatevi al fatto che si andrà avanti a colpi di revisioni al rialzo e poi al ribasso ma proiettando dati del Pil ottimistici, almeno fino a quando il giochino del prendersi in giro con i numeri non finirà giocoforza. 

Ma proseguiamo, l'indice dell'ottimismo dei piccoli esercizi (Nfib) è a 95.2, terzo mese di fila di disattesa delle aspettative e al minimo da nove mesi, mentre i piani di assunzione a esso legati languono a livelli visti sei mesi fa.

 

 

 

 

 

 

 

 


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