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SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, il crash in arrivo sui mercati

Pubblicazione:giovedì 2 aprile 2015

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Insomma, la Fed ha abbassato il tasso di produttività e il Pil e ha lasciato in mutande i risparmiatori, soltanto per rendere più oscenamente ricchi i già ricchi: solo tra il 2009 e il 2012 parliamo di qualcosa come un aumento degli introiti per l'1% più ricchi del 31,4% - o il 95% in guadagno totale - contro il rimanente 99% della società che ha beneficiato di un misero 0,4%. Sono cifre e dati di fatto, non ideologia, né pauperismo d'accatto. Come d'altronde lo sono i numeri contenuti nel primo grafico a fondo pagina, il quale compara il livello di volatilità implicita tra diverse asset classes: come vedete, il Vix dell'indice azionario Standard&Poor's è placido come un lago alpino, mentre quello di petrolio, valute e tassi è in estremo stato di fibrillazone. Quanto può durare una situazione di decoupling del genere, con le equities unica nota positiva dell'intero quadro economico-finanziario? E pensate che solo la Fed abbia ottenuto questi strabilianti risultati? 

Pur essendo leader assoluto nel settore, la Banca centrale Usa ha comunque nella Bce un valido assistente, come ci dimostrano il secondo e il terzo grafico, i quali ci mostrano da un lato come il Qe di Draghi - entrato nella sua terza settimana di acquisti, già in calo - abbia schiantato la curva negativa del Bund, ora sotto zero come rendimento fino alla scadenza di 7,5 anni e dall'altro ha fatto salire con i suoi acquisti onnivori il carico di debito non eligibile in Europa, visto che qualcosa come 2,17 trliardi di euro di obbligazioni sovrane oggi tradano con yield negativo. 

Pensate che una situazione simile possa finire bene? No e infatti, nel silenzio generale dei media troppo impegnati a glorificare Mario Draghi, nelle stanze che contano della finanza si parla già oggi di possibile "taper" da parte della Bce, ovvero della chiusura anticipata del programma di Qe, prevista ufficialmente per il settembre 2016. A dare forza a questa ipotesi ci sono alcune variabili, come ad esempio un aumento della crescita o dell'inflazione, un balzo incontrollato del prezzo degli assets o la scarsità di bond da acquistare: «Ci aspettiamo che l'Eurotower decida di tagliare i suoi acquisti di bond già nel secondo semestre di quest'anno», ha sentenziato l'analista di DZ Bank, Hendrik Lodde. 

Come vi dicevo prima, infatti, il Qe della Bce si basa su un paradosso: più ha successo nel far crollare i rendimenti, più aumenta la scarsità di obbligazioni eligibili all'acquisto visto il floor garantito dai tassi di deposito, ovvero l'impossibilità di acquistare un asset con rendimento inferiore a -0,20%. Combinando questa situazione con il fatto che già oggi gli acquisti pianificati eccedono le emissioni nette, oltretutto in un ambiente economico di austerità la cui pressione pesa sulle politiche fiscali, appare molto difficile poter dire con certezza che la Bce possa portare a termine il suo obiettivo statutario per il Qe, soprattutto se il programma - come nel caso giapponese - avesse bisogno di un'espansione ad altre asset classes, stante il fallimento nel far rialzare le aspettative inflazionistiche. 

Stando a calcoli, infatti, alla fine di settembre 2016, gli acquisti obbligazionari avranno superato di 840 miliardi l'offerta netta sul mercato eligibile: inoltre, la Fed ha dato vita agli acquisti in un periodo di stimolo fiscale e ampi deficit di budget, mentre in Europa si continuano a perseguire politiche di contrazione fiscale. Anche in questo caso, non dite che non vi avevo messo in guardia con largo anticipo. Ma attenti, perché le criticità a livello globale sono tante e spesso nascoste molto bene nella narrativa e nella pubblicistica della ripresa, trasformata in vangelo laico dal crollo del pezzo del petrolio, una panacea di tutti i mali soltanto per chi beneficia di un mondo basato su dinamiche come quelle di cui vi ho appena parlato. 

La scorsa settimana il Center for Global Development ha pubblicato un report nel quale identificava i mercati emergenti come i più vulnerabili a shock esterni, come un aumento dei tassi da parte della Fed o sommovimenti geopolitici, ad esempio un attacco in grande stile della Russia in Ucraina o una crisi su vasta scala in Medio Oriente. Ora, se date un'occhiata agli ultimi due grafici, vedrete come i multipli di utile per azione, gli spread e i trading valutari dei Paesi emergenti presentino uno "sconto" rispetto ai loro pari del mercati sviluppati, di fatto creando un occasione di investimento, un value play, per chi vuole entrare in un mercato di nicchia rispetto all'ultra-acquistato azionario e obbligazionario occidentale. 

 

 

 

 

 


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