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SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, il crash in arrivo sui mercati

Pubblicazione:giovedì 2 aprile 2015

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Ma nonostante queste valutazioni, a JP Morgan sono convinti che esista una sfida contrarian a questi numeri, basata sia sulla leva, che sul difficile ambiente economico, che sulle scelte future della Fed. Se infatti le equities dei mercati emergenti stanno tradando a multipli molto più bassi di quelle dei mercati sviluppati, i loro bonds esteri offrono yield più alti dei loro concorrenti occidentali e le loro valute sono ancora sottovalutate del 20-30% sul dollaro, non ci sono pranzi gratis nei mercati emergenti, visto che i fondamentali macro stanno deteriorando a ritmi sempre più rapidi. 

A spaventare sono il livello in aumento della leva e il finanziamento estero, la debolezza strutturale della crescita e la fine di fatto dei tempi di denaro a costo zero della Fed: ognuno di questi fattori rappresenta un problema, combinati diventano un problema davvero serio. Certo, potranno esserci episodi di rimbalzi del gatto morto negli assets dei mercati emergenti e qualcuno potrà fare nel breve bei soldoni, ma fino a quando almeno due di quelle tre variabili non saranno sparite, nel medio termine i mercati emergenti potrebbero offrire soltanto sotto-performance. La crescita è un fattore molto serio, visto che da un iniziale rimbalzo post-crisi dell'8% nel 2010, quest'anno il tasso scenderà sotto il 4%, con un calo marcato della produttività e il tasso di crescita della produttività lavorativa sceso praticamente a zero dal +3-4% dei periodo pre-crisi. 

Inoltre, dopo un primo periodo di deleverage da parte di cittadini, istituzioni e banche, i mercati emergenti e le loro economie stanno ricaricandosi di debito, con il credito bancario che già oggi sopravanza il Pil del 25% in più rispetto al periodo precedente alla crisi finanziaria. Inoltre, dopo oltre 6 anni di tassi a zero negli Usa, gli investitori più attenti cominciano a chiedersi cosa succederà quando la Fed scuoterà l'albero del denaro innalzando i tassi e, guarda caso, in cima alle lista di chi rischia di pagare per primo e a prezzo pieno ci sono proprio Paesi dei mercati emergenti, con in testa Brasile, India, Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia e Romania, come ci mostra la tabella a fondo pagina. Insomma, fatti salvi i due giganti dei Brics - capaci da soli di inviare shock sistemici - tutti Paesi dell'Est europeo con forti legami diretti, su credito, debito e valute, con l'Ue e la Svizzera. 

E il Giappone, la fabbrica del grande Frankenstein della pianificazione centrale? Guardate il secondo grafico, ci mostra il crollo della liquidità e degli acquisti, un qualcosa che si sostanzia immediatamente nell'ampliarsi della dinamica denaro/lettera, nella price discovery e nella volatilità. In un contesto simile, un balzo dei rendimenti potrebbe far deteriorare molto in fretta la situazione per la Bank of Japan, innescare una crisi fiscale e soprattutto far collassare su se stesso l'intero schema Ponzi posto in essere. 

Questo grafico deve far paura, perché parlandoci del volume di trading su titoli di Stato nipponici ci dice chiaramente che quello della liquidità è diventato un problema serio, con le banche giapponesi che hanno rallentato e di molto la loro attività di acquisto. Fino all'aprile 2013, il trading mensile medio era di circa 27 triliardi di yen, salvo scendere entro fine anno a 11,8 triliardi e risalire per l'intero anno 2014 a una media mensile di 24,7 triliardi, fino all'espansione del piano di Qe dello scorso ottobre. Poi, da novembre, il tonfo a una media mensile di 7,5 triliardi, sintomo di un calo a picco del volume di trading e quindi di un aumento netto della volatilità. 

 

 


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