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SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, il crash in arrivo sui mercati

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Insomma, l'effetto collaterale degli acquisti monstre della BoJ si è finalmente sostanziato sul mercato, con le banche che potrebbero essere spinte all'investimento in prestiti o assets a rischio ma che, contemporaneamente, non possono abbandonare del tutto il mercato obbligazionario sovrano. Questione gestibile? Sempre meno, visto che ieri il capo della BoJ, Kuroda, ha chiaramente detto che «il Qe non continuerà senza uno scopo preciso». Aria di "taper" in salsa di soia? Se così fosse, preparatevi allo schianto. Lo stesso che sempre ieri hanno vissuto proprio in Giappone tutti i dati macro relativi al primo trimestre di quest'anno: il Large Manufacturing Index ai minimi da nove mesi, il Large Manufacturing Outlook sotto le stime di molto così come il Large Service Outlook, lo Small Manufacturing Index e, soprattutto, il mitico Tankan della BoJ, ovvero l'outlook per il capex (gli investimenti) delle grandi industrie, sceso a -1,2% dal precedente +8,7%, il minimo da due anni come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

Insomma, due anni di acquisti selvaggi da parte della Banca centrale ed ecco com'è ridotto il Giappone, Paese nel quale i cittadini stanno talmente perdendo fiducia nei loro governanti da aver nascosto nei materassi - letteralmente - qualcosa come 300 miliardi di dollari in contanti, denaro che resterà dov'è fino a quando un'eventuale crisi di proporzioni epica non darà il via a una fuga di capitali senza precedenti. Per Yasunori Ueno, capo economicts alla Mizuho Securities, «il denaro è ormai nascosto da un sacco di tempo ed è molto difficile riuscire a capire cosa potrebbe far decidere la gente a spendere il contante», mentre il ministro delle Finanze, Taro Aso, definisce la situazione «ridicola, visto che la gente dovrebbe depositare i soldi in banca, di modo che gli istituti possano garantire credito alle aziende». Ma con i depositi a 10 anni che non rendono più dello 0,10%, i giapponesi si sono fatti furbi e hanno prelevato il contante, custodendolo al sicuro a casa o in cassette di sicurezza: «È come un iceberg, la situazione resterà così com'è, immobile e congelata nel tempo», sentenzia il capo economista di Dai-ichi Life, Hideo Kumano. Insomma, proprio un bel quadretto. 

Direte voi, quando c'è da attendersi la correzione? Lo sapessi ne sarei ben felice, una cosa però posso dirvela: più che nel 2015 mi sembra di stare nel 1987, esattamente il 16 ottobre di quell'anno. Perché? Perché quel giorno la trasmissione statunitense dedicata ai mercati "Wall Street Week" condotta dal mitico Louis Rukeiser trattava il tema dell'imminente mercato ribassista e furono queste le frasi che emersero nel corso del dibattito: «Non ci sono veri acquirenti e venditori, questi sono computer che buttano giù il mercato in tempo estremamente veloce... Un crash sta arrivando... Una correzione che porterà un taglio dei tassi, il quale ci assicurerà che il mercato rialzista non è finito». Non vi pare che si adatti bene ai giorni nostri? Una bella correzione, un bel crash che instilli terrore sui mercati globali e la Fed, invece che alzare i tassi, potrebbe tornare a stampare ancora un po', per la gioia dell'1% di cittadini che sta macinando miliardi. 

Era il 16 ottobre 1987, il venerdì precedente al crollo di Wall Street nel Black Monday. Ecco, potrebbe accadere così anche adesso: o primo o dopo un weekend, con le Borse chiuse a fare da detonatore. Esattamente come accadde con Lehman Brothers.

 

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