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SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, il crash in arrivo sui mercati

Pubblicazione:giovedì 2 aprile 2015

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Nemmeno un giorno dalla mia analisi rispetto ai corsi rialzisti di Wall Street e al sostegno garantito loro dai buybacks azionari ed ecco che escono dati freschi freschi al riguardo, numeri decisamente in grado di confermare la mia teoria. Con la sua politica di allentamento, infatti, la Fed non ha fallito solamente nei confronti degli Usa e della loro economia, ma, soprattutto, verso quei cittadini americani che dovrebbero essere statutariamente i beneficiari delle politiche della Banca centrale: la Fed, così come gli altri istituti centrali, hanno garantito benessere soltanto alle banche e all'1% più ricco del pianeta, il tutto in assoluta impunità. Anzi, garantendosi anche gli applausi dei keynesiani. 

L'obiettivo supposto della Zirp (Zero Interest Rate Policy) prima e del Qe dopo era infatti rendere più facile il prestito verso aziende e privati cittadini, ovvero garantire alle compagnie di investire in nuova capacità produttiva e ai consumatori di comprare quei beni e servizi resi possibili dal credito a basso costo. Il secondo obiettivo mandatario era poi quello di garantire un rally azionario, obbligazionario e del settore real estate, il quale avrebbe diffuso un effetto benessere sull'intera economia: se i cittadini vedono salire il proprio reddito, questo li fa sentire più benestanti e li spinge a comprare beni e servizi che altrimenti non avrebbero acquistato a credito. 

Queste le finalità ufficiali, peccato che le vere ragioni che hanno sotteso sia lo Zirp che il Qe siano state la ricostruzione degli stati patrimoniali e dei profitti delle banche alle spalle dei risparmiatori, i quali grazie alla manipolazione dei mercati compiuta dalla Fed hanno guadagnato pressoché zero. E le grandi aziende, le corporations, come hanno utilizzato il denaro a costo pressoché nullo della Fed? Hanno investito in capacità produttiva? No, hanno ricomprato i propri titoli azionari per un controvalore di triliardi di dollari, al fine di far salire le quotazioni, abbassare il flottante e garantire i bonus ai super-manager, come ci dimostra il grafico a fondo pagina che visualizza la crescita dei buybacks dalla fine della recessione, con il dato attuale vicino ai massimi record di sempre. Il problema è che quando le corse al buyback finiscono, per svariati motivi, l'epilogo è sempre lo stesso: il mercato si schianta. 

Per lo strategist di Goldman Sachs, David Kosten, nel corso di quest'anno i buybacks cresceranno del 18%, pari a oltre 700 miliardi di dollari, ma Will Becker, analista presso "Behind the Numbers", pensa invece che «il cash flow libero per molte aziende potrebbe trovare presto venti contrari e questo potrebbe porre non poche difficoltà nella prosecuzione dei programmi di riacquisto azionario, ad esempio per aziende come Cisco Systems (a causa dei costi della ristrutturazione interna che verrà operata in estate), General Mills (deficit di cash flow previsto nei dodici mesi che termineranno ad ottobre), Coca Cola (costi di ristrutturazione a causa del calo della domanda) e Philip Morris International (costi di ristrutturazione dopo lo spin-off come Altria)». Insomma, il denaro a costo zero della Fed per i finanzieri non ha fatto altro che arricchire i top-management delle corporations americane e l'1% delle popolazione che detiene il maggior numero di titoli azionari, oltre che i fondi private equity, i quali non hanno certo costruito nuovi impianti o assunto nuovo personale o finanziato startups, bensì cannibalizzato aziende esistenti, succhiato loro la linfa vitale e tesaurizzato il business a basso costo, vedi l'operazione Kraft-Heinz. 

D'altronde, quando compri una catena di farmacie o un'aziende per il noleggio di auto e le carichi di debito, non stai investendo in produttività dell'economia. E quando tagli nuovi prodotti e servizi, stai addirittura rimuovendo produttività dal ciclo economico: il private equity ha generato benessere solo per se stesso e per i fondi pensione, ma ha distrutto ricchezza nell'economia pari a un 1% del Pil in un tasso di ripresa che era già al di sotto della parità. 

 


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