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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I "giochi da duri" (e miliardari) sul prezzo del petrolio

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E come ci dimostrano i due grafici a fondo pagina, sono stati proprio gli investitori retail con i loro inflows negli Etf petroliferi a spingere al rialzo il mercato delle commodities, questo nonostante fondamentali molto deboli nel comparto e con prospettive di guadagno molto più alte nelle equities che nelle materie prime. Inoltre, nonostante il calo della produzione delle ultime settimane, l’output dello shale Usa non è ancora rallentato abbastanza per bilanciare il mercato e quindi, paradossalmente, le scommesse long di massa del parco buoi ben tosato dalle banche d’affari tramite le commissioni hanno funzionato da ulteriore driver al ribasso, visto che andavano in senso nettamente contrario proprio ai fondamentali del mercato delle commodities.

Inoltre, molti di questi investitori fai da te non sanno come funziona realmente il mercato delle materie prime: o meglio, non sanno come sono generati i profitti, i quali incorporano sia il return sul pezzo che il roll sul rendimento. E visto che attualmente il roll sui rendimenti è circa a -9% per il petrolio, ogni possibile return rialzista sul prezzo viene automaticamente eroso da queste perdite: molti analisti pensano che questa dinamica non sparirà dal mercato per almeno altri sei mesi, quindi operare sugli Etf long equivale a voler buttare via i propri soldi.

Ma c’è dell’altro, tanto per dimostrare che ormai del petrolio al mercato interessa solo il lato della finanziarizzazione, mentre il prezzo reale del barile a livello industriale è diventato una variabile assolutamente non vincolante. Ricorderete, spero, quando nel novembre scorso vi parlai del concetto di “petrodollaro”, ovvero il fatto che i paesi esportatori “riciclassero” il dollari ottenuti dall’export in asset denominati in biglietti verdi, di fatto aumentando la liquidità al sistema finanziario e rafforzando il ruolo di valuta di riserva della moneta Usa a livello globale. Di più, questi inflows facevano salire i prezzi degli assets e portavano a ulteriori acquisti, di fatto generando un loop virtuoso. Vi ricorderete poi del grafico (l’ultimo a fondo pagina) che ci mostrava che proprio a causa del calo del prezzo e delle tensioni geopolitiche che innescavano riallocazioni strategiche dei portafogli, lo scorso anno, per la prima volta da 18, i paesi esportatori non solo non garantirono inflows ma, anzi, drenarono risorse dal sistema finanziario.

Per qualcuno, era l’inizio della fine del sistema del “petrodollaro”, di fatto un obiettivo strategico ad esempio per Russia e Cina. All’inizio di quest’anno, Bank of America condusse una sorta di sondaggio-intervista con sei economisti energetici, i quali dissero chiaramente che «la fine della catena di riciclaggio del “petrodollaro” impatterà su qualunque ambito, dalla geopolitica russa alla liquidità dei mercati di capitale globali, dalla domanda di Treasuries come bene rifugio alle tensioni sociali nelle nazioni in via di sviluppo all’exit strategy della Fed (dal Qe, ndr)». Di più, Goldman Sachs stimava che «il nuovo equilibrio al ribasso dei prezzi del petrolio ridurrà l’offerta di “petrodollari” fino a 24 miliardi di dollari al mese nei prossimi anni, qualcosa come circa 860 miliardi di dollari da qui al 2018. Ovviamente, l’impatto finale dipenderà anche da una serie di fattori chiave legati ai cuscinetti difensivi di conto corrente, come le importazioni di beni, di servizi o l’income di fattore netto».