BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I "giochi da duri" (e miliardari) sul prezzo del petrolio

InfophotoInfophoto

Il problema è che oggi, a fronte dei prezzi in perdurante calo o valutazione al ribasso, i produttori di petrolio non solo non stanno più riciclando “petrodollari” nel sistema, ma stanno liquidando assets denominati in biglietti verdi a una velocità ma vista: insomma, le riserve miliardarie che finivano in debito Usa o altre securities o che negli anni scorsi hanno visto emiri comprarsi grattacieli, case di lusso e squadre di calcio, ora non finiscono più in quel sistema ma restano altrove, quando non vengono bruciate per tamponare i deficit di budget interni come in Angola. Per la prima volta da venti anni, i Paesi dell’Opec stanno drenando liquidità dai mercati, portandola via invece che aggiungerne altra sotto forma di investimenti.

Lo stesso Fmi ha certificato un calo delle riserve estere nei paesi produttori di commodities, dall’Oman (petrolio) al Cile (ricco di rame) al Burkina Faso (cotone) e il declino è di velocità molto maggiore di quello registrato durante l’ultima crisi delle materie prime nel 2008 e 2009. E attenzione, perché tra i primi assets a essere liquidati potrebbero esserci proprio le obbligazioni sovrane dell’eurozona, i cui rendimenti ormai pari a zero non giustificano né i rischi, né l’utilizzo estero di risorse che potrebbero essere impiegate in patria. Solo in Cile, a febbraio il calo delle riserve estere è stato pari a 1,9 miliardi di dollari, il peggiore da tre anni. E ancora, solo sette anni fa il mercato fu inondato da 500 miliardi di “petrodollari”: chi tamponerà le implicazioni di questo drenaggio di liquidità? Ma le Banche centrali, ovviamente, peccato che le due cose non siano equivalenti, visto che i programmi di Qe prevedono la creazione di moneta, mentre il ciclo dei “petrodollari” è di fatto un gioco a somma zero.

Insomma, il calo del prezzo del petrolio ha fatto sì che l’accumulazione di “petrodollari” rallentasse, ma altri attori economici, vedi appunto gli Istituti centrali, stanno pagando il medesimo prezzo a livello di drenaggio di liquidità dal sistema. E cosa tendevano a comprare i paesi produttori con i loro “petrodollari”? Tendenzialmente erano investimenti conservativi, ovvero reddito fisso, vedi debito sovrano: quindi, il calo della crescita dei “petrodollari” rischia di sostanziarsi in minore domanda di securities a reddito fisso, una variabile che potrebbe vedere Bce e Bank of Japan costrette ad aumentare volume e platea degli acquisti, ma che potrebbe rendere molto più duro l’impatto finale del taper da parte della Fed, la quale oltretutto sta già maneggiando la bomba a mano senza spoletta dell’eventuale rialzo dei tassi.

Ma per farvi capire che la geofinanza conta più del prezzo del barile e della sofferenza reale dei produttori di shale Usa basta dirvi che dopo aver generosamente finanziato l’Ucraina, i contribuenti Usa stanno per offrire il loro denaro all’Iraq per far fronte al calo delle entrate legato proprio al basso prezzo del petrolio (il deficit di budget è di 25 miliardi di dollari su un totale di 100, con break-even fiscale per l’export a 56 dollari al barile) e all’aumento delle spese militari per la lotta contro l’Isis. Dopo aver deciso di emettere bonds internazionali per un ammontare di 5 miliardi di dollari, l’Iraq infatti ci ha ripensato e non solo sta per chiedere - e ottenere - un prestito dal Fmi (contribuenti Usa) tra i 400 e i 700 milioni di dollari, ma ha anche richiesto alla controversa Us Export-Import Bank (di fatto sempre i contribuenti Usa) un finanziamento per comprare, sapete cosa? Dieci aerei dalla Boeing, aziende leader nel settore aeronautico Usa e la stessa che ha messo a punto la nuova versione della bomba in grado di distruggere le istallazioni nucleari sotterranee iraniane che gli Usa vogliono vendere a Israele, alla faccia dell’accordo di Losanna!