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SPY FINANZA/ I "giochi da duri" (e miliardari) sul prezzo del petrolio

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Il gioco attorno al prezzo del petrolio comincia a farsi pesante e apre fronti che si pensavano fino a ieri come vasi di Pandora intoccabili. Proprio mentre il rallentamento della produzione shale Usa cominciava a dare un minimo di respiro, consentendo alcuni giorni di aumento delle valutazioni che molti avevano incautamente interpretato come l’inizio di un rally rialzista dopo il raggiungimento del bottom, proprio lo storico alleato Usa in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, ha assestato un secondo colpo micidiale, dopo quello di novembre quando oppose il suo veto alla riduzione della produzione da parte dell’Opec. Stando a dati ufficiali, infatti, in marzo Riyad ha visto un altro aumento record della propria produzione, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, salita di altri 658.800 barili al giorno e raggiungendo la media quotidiana di 10.294 milioni di crude, qualcosa come circa la metà della produzione giornaliera del mega-giacimento shale Usa di Bakken!

Insomma, invece che lasciare la propria produzione ai livelli invariati, l’Arabia sembra intenzionata a forzare la mano per riprendersi la propria quota leader del mercato (anche per il timore di un ritorno a breve dell’Iran come produttore, in caso le sanzioni vengano tolte o allentate grazie all’accordo sul nucleare), infischiandosene dell’ulteriore calo del prezzo che una sovra-produzione potrebbe innescare in un mercato già saturo, tanto che a maggio gli Usa non avranno più spazio per stoccare il greggio e dovranno scegliere se far crollare la produzione (con conseguenti fallimenti aziendali e default sulle obbligazioni high-yield emesse per finanziarsi) o mettere forzatamente in vendita ogni singolo barile prodotto a prezzo di saldo rispetto ai break-evens. Inoltre, Riyad non sta operando da sola in tal senso, visto che sempre in marzo sia Libia che Iraq hanno aumentato le loro produzioni nonostante le tensioni interne, portando così l’output giornaliero dell’Opec a 31,5 milioni di barili al giorno, un aumento di 1,2 milioni di barili rispetto a febbraio e di oltre 2 milioni rispetto al marzo del 2014.

Insomma, il gioco si fa duro, tanto che molti analisti prevedono - dato il combinato da produzione Usa e saudita - la possibilità di un ritorno dei prezzi ai minimi di gennaio, se non al di sotto in caso a Teheran venga concessa luce verde per riattivare al 100% la quota di export. E che l’evolversi della situazione potrebbe essere tutt’altro che positiva, almeno nel breve termine, per gli Usa lo conferma anche un altro dato, ovvero la fuga di capitali dai quattro principali Etf legati al comparto petrolifero, i quali nelle due settimane terminate l’8 aprile scorso hanno visto outflows per 338 milioni di dollari, il primo caso da settembre e con volume maggiore da gennaio 2014, come ci mostra il secondo grafico riferito al fondo Usa più grande, denominato Uso.

Certo, gli investitori hanno piazzato posizioni long sugli Etf per 6 miliardi, il terzo ammontare di tutto il mercato futures Usa, quindi non si può parlare di tracollo, ma se il trend record dovesse proseguire, tra un paio di settimane qualcuno potrebbe davvero cominciare a farsi molto male. Per John Kilduff del fondo Again Capital legato al comparto energetico, «se questo esodo dovesse prendere ulteriore vigore allora il segnale di nuova pressione sul prezzo del petrolio sarebbe palese, dopo una stabilizzazione attorno a quota 50 dollari al barile, seguita a un tonfo del 60% dai massimi. Gli investitori retail hanno cercato di pescare sul fondo, ma sono stati risucchiati dai recenti minimi». Per Philip K. Verleger, consulente ed economista energetico, «gli investitori passivi sono diventati un problema, visto che hanno basato tutti i loro inflows negli Etf sulla speranza che venisse raggiunto un calo della produzione da parte dell’Opec. Ora gli investitori sono stanchi di essere long e sbagliarsi e cominciano a scappare».

 

 


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