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ESUBERI WHIRLPOOL/ Sapelli: ecco l'errore di Renzi che può costar caro al Paese

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La questione è divenuta scottante da quando la multinazionale, dopo aver dichiarato al Premier Renzi che avrebbe effettuato l'acquisizione del gruppo conservando i livelli occupazionali sino al 2018, ha invece dapprima annunciato la volontà di mutare questo orientamento procedendo alla dichiarazione di 400 esuberi concentrati nello stabilimento di Caserta e nel centro di ricerca del Piemonte, a None. Sono passati due anni da quelle promesse e ora la crisi e le difficoltà del mercato hanno indotto la Whirlpool a riconfigurare un piano di ristrutturazione che ha comportato, anzi comporta ormai, 1.335 esuberi e la chiusura di due siti: a Carinaro appunto (provincia di Caserta) e a None. E questo mentre l'azienda annuncia nuovi investimenti.

La ragione di questo comportamento non è la schizofrenia, ma la trasformazione industriale e manifatturiera in corso che, soprattutto nel settore, ha conseguenze immediate con il mutamento della costruzione del prodotto grazie alla meccanica per aggiunta e non per estrusione (volgarmente parlando alla buona mi riferisco alle stampanti 3D, così ci capiamo tutti), che disuniscono il ruolo non solo dei lavoratori dequalificati, ma anche e soprattutto di quelli specializzati e qualificati, tanto più se a questa meccanica per addizione si aggiunge la robotica.

I sindacati che avevano richiesto un tavolo negoziale - ossia Cisl, Uil e Ugl (la Cgil non partecipava antagonisticamente) - ieri lo hanno abbandonato chiedendo l'intervento del governo. Il quale si trova ora in gravi ambasce. Pacta sunt servanda? Può essere, ma in questo campo di patti siffatti è meglio non stringerli, non esiste una legislazione che comprenda nel diritto privato il rispetto di una promessa tra azienda, privata appunto, e un'entità pubblica come il governo. Non sta né in cielo, né in terra. 

Generalmente tutto si fonda, invece, sulla moral suasion, sull'autorevolezza degli interlocutori e naturalmente anche sulla capacità di lotta del sindacato. In questo caso lo sciopero non solo non è sufficiente, ma realizza ciò che vuole lì azienda: porta i lavoratori fuori dalla fabbrica e lì rischia di farli rimanere. 

Insomma, i nodi vengono al pettine. Solo una politica di attrattività verso la nazione, di formazione dei lavoratori e una negoziazione sindacale fondata sul sindacato associativo e partecipativo che chiama alla lotta i lavoratori solo in casi veramente estremi può, in una situazione sociale difficilissima come quella odierna, portare i lavoratori e con essi il Paese tutto alla vittoria.

Sì, alla vittoria perché il lavoro è una vittoria non di una parte della nazione, ma della nazione tutta ed è questo l' obbiettivo del governo. Ma per far questo occorre un lavoro lungo faticoso di contatto con gli attori in campo e di capacità politica negoziale. Indebolisce codesta azione anche nei confronti della controparte dei lavoratori trovate come quella del Presidente del Consiglio che recentemente, in quel di Caserta, ha incontrato i lavoratori separati, divisi, da soli, senza incontrare contestualmente anche le rappresentanze sindacali.

Al di là di ogni ideologia il sindacato rimane un fondamento del pluralismo della poliarchia e la poliarchia democratica non sopporta il rapporto cesaristico diretto tra capo e popolo. Soprattutto se il popolo è sofferente: nella sua solitudine non deve credere negli uomini della provvidenza, pena la morte stessa del pluralismo democratico: per questo esiste il sindacato come associazione, fondamento del pluralismo democratico, anche in ogni crisi congiunturale o di lungo periodo.

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