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SPY FINANZA/ I dati "da guerra" dell’economia Usa

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La cosa mi fa decisamente poco piacere, ma sono sempre meno solo a vedere più ombre che luci, nonostante i riflettori e il maquillage di governanti ed economisti compiacenti (quando non prezzolati). Vi ricorderete però che all’inizio dell’articolo ho prospettato come un’unica speranza cui negli Usa ci si affida per risollevare la crescita sia una guerra. Bene, guardate il grafico a fondo pagina, ci dimostra come all’interno del drammatico dato di venerdì scorso rispetto agli ordinativi dei beni di capitale, una sola voce ha fatto parlare di rialzo: i nuovi ordini per aerei con scopi di difesa, ovvero militari. Ecco perché, dallo Yemen alla Siria, dall’Iraq al Donbass, il mondo ribolle e sta incubando conflitti. Ed ecco perché Washington è felice e sempre ben disposta nell’inviare addestratori sul campo, proprio come in Ucraina: perché questo know-how ha un prezzo e si chiama commesse commerciali militari. È il mondo in cui viviamo, bellezza!

E per chi volesse ribattere ai dati di inizio articolo e giustificare con la concomitanza di maltempo, dollaro forte e prezzo del petrolio ai minimi la scarsa crescita del primo trimestre, non posso che ricordare due cose. Primo, il dato dell’inverno senza precedenti l’ho già smentito almeno tre volte, anche grazie a dati e grafici della stessa Goldman Sachs. Secondo, per far risalire il prezzo del petrolio e far fermare la sovravalutazione del dollaro esiste un’unica opzione, quella del warfare. Ovvero, la guerra, lo storico moltiplicatore del Pil Usa. Altrimenti, se sperate che sia il rialzo dei tassi della Fed, magari a settembre, a risolvere il tutto, vi faccio i miei migliori auguri.

 

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