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SPY FINANZA/ I dati "da guerra" dell’economia Usa

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È ufficiale, gli Usa sono in recessione. E non lo dice il sottoscritto (che tra l’altro lo ripete da settimane), ma cominciano a dirlo gli stessi organi di informazione e analisti statunitensi, allarmati dall’ininterrotta messe di dati macro negativi, culminati la scorsa settimana in una vera e propria apoteosi, con il Surprise Index di Bloomberg che venerdì ha toccato un livello raggiunto l’ultima volta proprio durante la grande recessione. A quota -0,783, l’indice nei suoi 15 anni di vita sta infatti seguendo la traiettoria in negativo toccata soltanto altre due volte: all’inizio del 2009 con il record di -0,996 e a marzo 2011, quando arrivò a -0,950. E la cosa più importante è che il Surprise misura i dati relativamente alle proiezioni degli economisti, quindi di fatto sbugiarda quanto finora predetto, costringendo tutti a una revisione al ribasso di stime troppo ottimistiche per il 2015.

Soltanto tra giovedì e venerdì scorso i vari enti governativi Usa hanno reso noto che le richieste di disoccupazione iniziali nella settimana conclusasi il 18 aprile sono salite a 295mila unità dalle 294mila della settimana precedente, ma soprattutto contro un consensus orientato verso un calo a 287mila; il sondaggio mensile di Markit tra i responsabili acquisti delle aziende manifatturiere ha mostrato un rallentamento nell’attività rispetto ai dati preliminari di aprile, con l’indice principale calato a 54,2 da 55,7 e contro un consensus orientato verso un dato invariato; la vendita di nuove case a marzo è letteralmente crollata dell’11,4% contro un calo medio atteso del 4,5%; il misuratore mensile dell’attività manifatturiera della Fed di Kansas City è sceso a -7 in aprile dopo il -4 di marzo, contro una stima attesa di un aumento a -2; gli ordinativi di beni non legati alla difesa sono scesi del 4,6% a marzo su base annualizzata. E per finire, come ci mostrano i primi due grafici a fondo pagina, la crescita dell’export è negativa, come si è notato durante le due ultime recessioni e i dati macro Usa nel loro complesso ora sono al minimo da sei anni.

Dopodomani si conoscerà il dato del Pil del primo trimestre, con gli economisti interpellati da Bloomberg che si attendono un +1%, nettamente al ribasso rispetto al +2,2% delle previsioni di fine 2014. E di più, cominciano i timori anche per l’eventuale rimbalzo della crescita nel secondo trimestre. Già oggi il consensus della Macroeconomic Advisers Llc di St. Louis prevede per il periodo aprile-giugno una crescita del 2,2% contro un dato precedente del 2,4% e addirittura il +2,8% soltanto del 7 aprile scorso, come ci mostra il terzo grafico, mentre per il primo trimestre si attende un +1,4% contro il +1,5% iniziale.

Per Stephen Stanley, capo economista alla Amherts Pierpont Securities, «il solido rimbalzo che avevo previsto per il secondo trimestre, a causa di un dato molto più debole del previsto per il mese di marzo, lo vedo traslato in molte sue componenti e con le stesse dinamiche nel terzo trimestre». Insomma, anche chi fino a ieri negava la nuova crisi, ora deve ammettere che i calcoli sono stati fatti male - o comunque sull’onda di un eccessivo ottimismo - e si ricomincia a calciare in avanti la lattina, nella speranza di un miracolo o di una guerra in piena regola.

 

 

 



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