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SPY FINANZA/ Dagli Usa alla Cina, gli "iceberg" di una nuova crisi

Pubblicazione:martedì 28 aprile 2015

Janet Yellen (Infophoto) Janet Yellen (Infophoto)

Proprio perché la Cina è l'epicentro di una "saturazione globale" che da oggi in poi chiameremo "global glut", il frutto avvelenato del Qe senza fine e che spiega anche il crollo del prezzo delle materie prime, petrolio in testa. Mantenendo artificialmente a zero i tassi (e quindi il costo del denaro), gli Istituti centrali rendono impossibile per il mercato purgarsi dagli attori disfunzionali e inefficienti, come ad esempio aziende che invece di macinare utili creano solo perdite e debito. Così facendo, operatori insolventi restano attivi e contribuiscono alla sovra-offerta di beni sul mercato, impedendo a quest'ultimo di tornare in equilibrio, vedi proprio il costo del barile di petrolio, portato a questi livelli sia dalle scelte dell'Arabia Saudita di non tagliare la produzione Opec lo scorso novembre, ma anche dal mali-investment rappresentato dal boom dello shale oil statunitense, figlio legittimo del denaro a costo zero della Fed che ha permesso di indebitarsi a soggetti con rating da pelle d'oca. In parole povere, si amplia la platea dei produttori, sia amplifica l'offerta, ma questa - in un mondo in recessione o rallentamento - va in mismatch con la domanda scarsa, di fatto vanificando i benefici diretti delle politiche di stimolo. 

Insomma, il mondo non cresce o cresce poco, il denaro a pioggia va a Wall Street o a finanziare ultra-offerta, ma non finisce nelle tasche della domanda, di fatto portando alla saturazione del mercato e alla stagnazione in un contesto generale di bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi di interesse. Il problema è che siamo al corto circuito: i debiti fuori controllo di Usa, Giappone e molti governi europei non consentono spesa pubblica diretta per stimolare la crescita, quindi sono le Banche centrali a inondare le economie con più liquidità possibile. La quale, però, non entra in circolo virtuoso ma finisce in bolle e mal-investment, come almeno sei anni di Qe globale hanno dimostrato, dati macro e ratio debito/Pil alla mano. 

Inoltre, ricordatevi sempre - anche se i keynesiani inorridiranno a questa prospettiva - che la scienza economica è basata sulla limitatezza, non certo su una condizione di sovra-offerta. Che dire dello shale? Come vi ho dimostrato qualche settimana fa, a maggio non ci sarà più spazio fisico per stoccare il petrolio che si continua a produrre, il quale finirà forzatamente sul mercato, aumentando ancora di più l'offerta e ponendo pressione ulteriormente ribassista sul prezzo, il tutto al netto della concomitanza del taglio delle linee di credito verso le aziende produttrici, essendo aprile-maggio il periodo per banche e finanziarie della revisione del rating sul collaterale posto a garanzia (e con i prezzi a picco, quel bene non vale più come un anno fa o sei mesi fa). Ma non solo. Nel mondo ci sono circa 110 milioni di balle di cotone stoccate e ferme in depositi tessili o warehouse statali, un picco che non si registrava dal 1973, ovvero da quando gli Usa hanno cominciato a pubblicare il dato. 

Il dato delle scorte totali a febbraio per beni manifatturieri durevoli negli Usa è salito a 413 miliardi di dollari, il livello massimo dal 1992, quando il Census Bureau ha cominciato a tracciarlo. E guardate i grafici a fondo pagina, i quali ci mostrano il livello di saturazione della domanda per i metalli da parte del più grande produttore al mondo, la Cina e il conseguente crollo del prezzo. E rieccoci al punto di partenza, ovvero la scelta del governo cinese di rendere l'economia del Paese meno dipendente da settori come l'acciaieria e il tessile. La domanda di molti dei materiali legati a quei comparti non solo è rallentata, ma si è contratta, in alcuni casi a livelli che non si vedevano dal 2008. 

 


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