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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Dagli Usa alla Cina, gli "iceberg" di una nuova crisi

Janet Yellen (Infophoto)Janet Yellen (Infophoto)

Insomma, per dieci anni la Cina è stato attore onnivoro del mercato, quindi ha portato i produttori a massimizzare l'output per andare incontro alla domanda e ottenere profitti, ma ora che l'economia del Dragone sta rallentando, nessun altro Paese ha preso il suo posto e la saturazione del mercato sta diventando non più variabile ma cronica. E qui, entra in scena anche il lato dei produttori, i quali a fronte di una domanda che non sale, non possono e non vogliono tagliare le produzioni, sia per il rischio di perdere anche il minimo di profitto che si riesce a ottenere sul margine, sia per la necessità di un cash-flow per sperare in qualche linea di credito, sia soprattutto per il timore maggiore, ovvero perdere quote di mercato ottenute negli anni. E ricordate che questo sta accadendo in un mondo che dal 2008 a oggi ha visto la Fed e la Bank of England aumentare i loro bilanci del 25% del Pil dal 6% precedente, la Bce dal 14% al 23%, ma ora è in modalità all-in e la Bank of Japan dal 22% al 66% attuale. Quindi, se i produttori - come quelli del shale oil - aumentano ulteriormente la produzione per cercare di pareggiare le perdite dovute al crollo dei prezzi, non fanno altro che esacerbare il problema della saturazione, come ci mostrano i primi due grafici a fondo pagina. 

Come si esce da questa situazione, ovvero come si evita una liquidazione di massa e una pressione deflazionistica ingestibile? Toc toc, si bussa ancora alla porta della Fed, chiamando la Yellen e chiedendole di riattivare "l'elicottero" per paracadutare altri soldi e mantenere l'orchestra sul ponte, la musica che suona e la gente che balla, facendo finta di ignorare l'iceberg in arrivo. Che, in un ambiente economico simile, potrebbe chiamarsi Weimar 2.0, una volta dato vita a un potenziale Qe4 statunitense. 

E tanto per chiudere l'articolo in modo che vi sia chiaro come funzionano certi meccanismi di interconnessi economica e finanziaria, vi faccio una domanda: a vostro modo di vedere, chi è maggiormente preoccupato dal default del principale costruttore cinese, Kaisa? Pechino, immagino rispondereste. Invece è New York, perché la stessa Kaisa che la scorsa settimana ha dovuto ammettere di non riuscire a rimborsare il suo debito a scadenza, è una dei principali attori dell'impennata del mercato immobiliare della Grande Mela, dove gli investimenti cinesi hanno pesato per oltre 3 miliardi di dollari solo nel 2014, tanto che a Manhattan per tutti compratore cinese era sinonimo di fondi illimitati e capacità di investire infinita. E se invece la festa stessa finendo? 

Tanto più che come ci mostra l'ultimo grafico, il mercato immobiliare interno cinese è già in bolla, con i prezzi dei nuovi immobili calati a febbraio alla velocità maggiore di sempre. Unite a queste variabili il fatto che, come ormai sapete a memoria, immobiliare e manifattura non sono più core business dell'agenda economica del governo di Pechino e capirete le preoccupazioni che albergano a New York. Tanto più che, a oggi, i costruttori cinesi hanno un debito obbligazionario denominato in dollari pari a 66 miliardi, stando a dati di Dealogic e con il dollaro così forte il servizio del debito è diventato più oneroso, a fronte di un mercato anch'esso in saturazione. 

Inoltre, proprio i costruttori cinesi che hanno investito a New York sono quelli che hanno emesso la maggior parte di bond in dollari: Greenland Holdings solo nel 2014 ha emesso per 2,7 miliardi, Soho China (azionista nel palazzo della General Motors) per 1 miliardo nel 2012, China Vanke un miliardo da inizio anno e Xinyuan Real Estate, 475 milioni di dollari in obbligazioni. Ma se la copertura del cashflow dovesse restringersi più di quanto atteso e questo fosse prezzato dai bond di quelle aziende, quale potrebbe essere l'epilogo? Liquidazione degli assets e una bella crisi immobiliare, mutui cartolarizzati compresi, oltre alle obbligazioni. Eccovi il mondo delle Banche centrali, un inferno.

 

 

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