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FINANZA/ La Fed nasconde le tracce: il rialzo dei tassi Usa slitta oltre giugno

Pubblicazione:giovedì 30 aprile 2015

Janet Yellen (Infophoto) Janet Yellen (Infophoto)

Il comunicato stampa del Fomc di aprile, uscito ieri sera, pare mediare tra un ultimo trimestre 2014 che confermava un buon sviluppo economico nel Nord America e un primo trimestre 2015 che diffonde incertezza sulla solidità di questo sviluppo e accoglie attese di recupero limitato per il secondo trimestre del 2015 (il ciclo delle scorte per le aziende nordamericane ha dato un contributo positivo allo sviluppo del Pil nel primo trimestre, portando i livello dei magazzini a livelli superiori al normale, lasciando pensare che uno smontamento dell’apparente eccesso possa pesare in negativo nel prossimo trimestre).

In questa “mediazione” sta - ed è il fatto più significativo per i mercati - l’abbandono della guida esplicita sui tempi delle prossime azioni. I riferimenti canonici al tasso di inflazione, all’occupazione, allo sviluppo atteso dell’economia rimangono invariati nonostante il dato macroeconomico che ha preceduto di poche ore il comunicato, viene velatamente confermata l’attenzione al livello del cambio del dollaro.

L’ormai pluriennale preavviso ai mercati di un rialzo da attendere non più con pazienza (ma nemmeno con impazienza) dovrebbe avvicinarsi alla sua meta. L’attesa che stiamo vivendo rispetto a questo enormemente preannunciato rialzo dei tassi di riferimento sta per raggiungere quella, altrettanto lunga per le abitudini anche frenetiche dei mercati finanziari, dichiarata dall’ormai famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel pieno della prima crisi greca: “qualsiasi cosa” pur di salvare l’euro.

Stiamo iniziando ad abituarci anche a una comunicazione meno esplicita, per la gioia dei “Fed watchers”, dei patiti dei sopraccigli di Janet Yellen. Comunicazione che può produrre moderate sorprese, mantenute minime a causa dell’ancora prevalente timore associato alla novità che la mossa potrebbe avere per i mercati, ormai prevalentemente popolati da professionisti che non hanno mai vissuto un rialzo dei tassi, che hanno perso la sensibilità dei suoi effetti collaterali sui mercati dei cambi (la palestra pre-euro è scomparsa, volendo ne troviamo tracce nell’ormai famoso spread).

Scrivendo del Fomc, il ricordo delle altre aree valutarie risveglia le ipotesi di comportamenti coordinati. È raro assistere a manovre fondamentali di politica monetaria da parte di aree valutarie di peso gestite in totale ignoranza dei colleghi (se forme di coordinamento erano realizzabili già all’inizio del ‘900, con disponibilità comunicative certamente più povere di quelle odierne, come facciamo a ipotizzare un minore colloquio oggi?).


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