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FINANZA/ Italia, ripresa rinviata: ma i gufi non c'entrano

Pubblicazione:sabato 4 aprile 2015

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La ripartenza è rinviata. Aspettiamo naturalmente quel che dirà il Documento di economia e finanza che il ministro Padoan deve presentare il 10 aprile, ma i dati emersi finora, per quanto contraddittori, talvolta persino confusi, sulla produzione industriale, l'occupazione, la domanda interna, la spesa pubblica e le tasse, mostrano un Paese che fatica in modo enorme a uscire da tre recessioni e da una stagnazione ormai decennale. Dunque, ha ragione il Wall Street Journal secondo il quale l'Italia, non la Grecia, è al cuore dell'intera questione euro? 

La crisi di Atene è acuta, quella italiana cronica, scrive il quotidiano americano. "Negli anni '80 il Pil medio annuale era del 2,1%, secondo i dati del Fondo monetario internazionale. È calato all'1,4% negli anni '90, allo 0,6% nel primo decennio del nuovo secolo e a -0,5% dal 2010. La produzione resta di circa il 9% al di sotto dei picchi del 2008", mette in evidenza il Wsj, il quale apprezza gli sforzi di Renzi, così come fa il Financial Times. Più mercato, più concorrenza, meno protezioni, flessibilità nell'uso della forza lavoro, insomma tutte le riforme dal lato dell'offerta sono le benvenute per i due giornali economici che esprimono lo stato d'animo degli operatori sui principali mercati dei capitali. Sono tutte condizioni necessarie, e tuttavia non sono sufficienti. 

Renzi dovrebbe ammetterlo in modo onesto, finendola con la sua tiritera sui gufi per affrontare di petto la questione. Si può davvero essere ottimisti se i dati sul prodotto lordo migliorano appena dallo 0,6 allo 0,7%? È ripresa questa per un Paese che ha perso così tanto terreno? È un gufo Mario Draghi quando dice al Parlamento che la spesa pubblica continua a crescere ed è stato un errore basare il rigore solo sulle imposte? 

Prendiamo gli ultimi dati forniti dall'Istat: nel periodo ottobre-dicembre 2014 le uscite totali dello stato sono aumentate del 2,6% con una incidenza sul Pil del 57,6% contro il 56,1% dello stesso periodo del 2013. Nel totale dello scorso anno la spesa pubblica sul Pil arriva al 51,1% rispetto al 50,9%. Altro che spending review. Quanto alla pressione fiscale, sale al 43,5%, un decimale in più rispetto al 2013 e allo stesso livello del 2012, anno in cui si è realizzato un balzo di due punti rispetto al periodo precedente. 

Sembra la corsa di Achille e della tartaruga: per quanto veloce vada il fisco, la spesa è sempre più avanti, il bilancio dello Stato italiano offre la dimostrazione più evidente del paradosso di Zenone. Basta e avanza per portare acqua al mulino dei rigoristi teutonici secondo i quali l'Italia è riuscita in qualche modo a evitare il risanamento dei conti pubblici. L'austerità è stata inferiore a quella imposta alla Spagna, al Portogallo, all'Irlanda, per non parlare della Grecia. S'è dimostrata nello stesso tempo a senso unico e inefficace, ha depresso la crescita e non ha sciolto i nodi di fondo. Ecco perché l'enorme macigno del debito pubblico diventa sempre più pericoloso, giustificando l'ansia dei mercati.


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