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GEO-FINANZA/ Così Cina e India fanno "shopping" in Italia

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Non è un fenomeno inedito, ma colpisce la rapidità con cui investe un po’ tutti i settori, anche quelli che, per pigrizia od ottusità, si insiste a voler giudicare “strategici”, assi portanti di un presunto sistema Paese che, nel mondo d’oggi, si difende più con l’efficienza dei servizi, la qualità della forza lavoro e gli anticorpi contro il malaffare e la violenza piuttosto che con il controllo dei pacchetti azionari. 

Ma la vera novità sta nel diverso ruolo dell’Asia. Non è più terra di conquista o di investimenti per attività produttive destinate a sfornare prodotti per l’export. Non è solo l’area più promettente per l’espansione dei consumi e dei servizi tradizionali (vedi il turismo o consumi alimentari più raffinati). Semmai la Cina si avvia ad assumere un ruolo da protagonista nell’integrazione dei commerci mondiali. Con successo crescente. Basti dire che, alla vigilia della scadenza del termine per aderire alla nuova banca di investimento asiatica al progetto ha aderito anche la Danimarca. 

Ormai la lista dei partner si estende dal Vietnam al Regno Unito, coinvolgendo il subcontinente indiano e l’Asia centrale. Il presidente Ji Xingping ha esposto domenica alla platea degli ospiti riuniti nella Cina meridionale il suo obiettivo: tra dieci anni, nel 2025, l’interscambio commerciale lungo la Via della Seta, quella percorsa da Marco Polo, dovrà raggiungere la cifra di 2.500 miliardi di dollari. Tanto per fare un paragone, oggi l’import/export tra la Cina e l’Unione europea ammonta a 428 miliardi. Si tratta, insomma, di moltiplicare per sei i rapporti attuali, cosa che può diventare possibile solo con un forte incremento qualitativo dell’interscambio: più collegamenti virtuali, più valori immateriali e intangibili nei prodotti. Ma anche con un forte aumento delle garanzie a tutela della proprietà intellettuale, della governance delle imprese, dei diritti degli individui. Solo un sogno? Oppure solo propaganda da parte di un despota assoluto? 

La storia, si sa, non procede mai per linee rette. Ma, come scrive Martin Wolf sul Financial Times, le accuse americane sull’opacità delle intenzioni di Pechino in occasione del varo della Banca asiatica di investimenti e di infrastrutture hanno un limite di fondo: come si fa contestare la Cina per aver deciso, così come l’Occidente ha chiesto per anni, di reinvestire il suo surplus in operazioni di sviluppo e di crescita condivise? Senza dimenticare che si avvicina l’appuntamento diplomatico più importante dell’anno, per le sue ricadute economiche: la visita di Ji Xingping a Narendra Modi, il leader indiano che mira a scavalcare, nella classifica della crescita del Pil, il concorrente cinese.