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SPILLO/ Quella "buona liquidazione" della banca "che non doveva fallire"

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Tim Geithner (Infophoto)  Tim Geithner (Infophoto)

Dopo la Landesbank tedesca che denuncia la Bce Mario Draghi per vigilanza molesta - a meno di sei mesi dell'inizio dell'Unione bancaria - non sorprende certo un quotidiano cosmopolita come Repubblica che festeggia la fine accelerata della "buona liquidazione" di Lehman Brothers. Che anzi ne approfitta per "ristabilire la verità": quel 15 settembre del 2008, Lehman "non doveva fallire". Con annesso sillogismo implicito: niente crac Lehman, niente apocalissi successive (anche se c'è da presumere che a Repubblica l'apocalisse dell'estate 2011 in Italia, con la cancellazione dell'ultimo governo Berlusconi a mezzo spread, non sia ragionevolmente spiaciuta).

La tesi che Lehman nel 2008 non fosse insolvente non è nuova: nacque nelle ore convulse del suo default accompagnata dal sospetto che le altre sorellastre di Wall Street avessero pensato che la "mors Lehman" avrebbe significato vita per le varie Goldman Sachs, JPMorgan, Morgan Stanley (il che è peraltro accaduto). La Lehman -  rammenta Repubblica - era davvero "la più accecata dall'arroganza" dopo gli anni più folli della finanza derivata: ed evidentemente "non meritava di vivere" nel giudizio da saloon del segretario del Tesoro Usa Hank Paulson (ex presidente della Goldman), della Fed e dei giurati del club di Wall Street. Palle nere, cappio annodato. Non proprio fiction se perfino la Commissione Angelides - l'unica investigazione pubblica su quanto accadde - concluse che la Grande Crisi "poteva essere evitata". 

Nell'aprile 2015 la prima questione che interessa qui è comunque questa: dopo sette anni non esiste una "narrazione" approfondita, affidabile, condivisa del crac Lehman. Un'investigazione a uso storico che vada oltre quella prodotta al massimo da una commissione parlamentare, trascurando decine di instant book, best seller, pur agguerrite inchieste giornalistiche, pièce teatrali e quant'altro. Anche il giudizio di un liquidatore è irrilevante: ma dedurre dall'esito del collocamento sul mercato degli asset (europei) di Lehman la solvibilità della banca sette anni prima e  quindi l'evitabilità del crollo dei mercati, pare francamente un passo lungo. 

Il punto d'arrivo ultimo del ragionamento è comunque rafforzare la tesi che il crac sia stato prodotto da un "errore" delle autorità di vigilanza e della comunità bancaria americana: un "incidente di percorso" - per quanto grave - e non la prova che la turbofinanza deregolamentata - global and shadow - sia intrinsecamente instabile e dannosa per l'economia reale. 

Proprio la tesi dell'incidente di percorso è stata sostenuta con affanno quotidiano - fin quel fatale lunedì di settembre - da quanti temevano pesanti "vendette" da parte di governi e banche centrali: reazioni pari a quelle che - dopo il 1929 - portarono a una dura ri-regulation, in America come in Europa. Non a caso il testo originario della "Volcker Rule" contemplava la stessa "pena" inflitta a Wall Street dall'amministrazione Roosevelt: la separazione fra la finanza bancaria (risparmio e credito) e finanza di mercato (gestione di patrimoni, intermediazione, investment banking). 



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