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SPY FINANZA/ La "grande bolla" che tiene in piedi gli Usa

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Ad esempio, stando a cifre della Challenger, Gray & Christmas, che nel corso del primo trimestre del 2015 i datori di lavoro hanno annunciato tagli occupazionali per 140.214 unità, su del 15,6% rispetto ai primi tre mesi del 2014 e del 17% rispetto all'ultimo trimestre dello scorso anno, quando si toccarono 119.763 unità. Di più, di quei 140.214, ben 47.610 erano direttamente legati alla caduta del prezzo del petrolio. A confermare il dato, le parole di John Challenger, amministratore delegato della Challenger, Gray & Christams, a detta del quale «senza i tagli occupazionali legati al petrolio, avremmo potuto assistere a uno dei trimestri con il minor numero di licenziamenti da metà degli anni Novanta, quando si scese sotto le 100mila unità. Il problema è che il crollo del prezzo del petrolio ha contagiato molto in fretta altri servizi legati al comparto, come le pipelines, la manifattura collegata e la fornitura di energia». Ma non basta, perché non solo il petrolio sta mietendo vittime: in West Virgina si stanno chiudendo miniere di carbone e anche nel resto del Paese il settore sta conoscendo pesanti tagli occupazionali. 

Ora, guardate il dato relativo a uno degli Stati più dipendenti dall'energia e dal petrolio, il Texas, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina: vi sembra una dinamica accettabile? E guardate il secondo grafico, che mette in comparazione l'aumento occupazionale del Texas e quello degli Usa senza lo "Stato della stella solitaria": che ne dite, il Texas è o non è in recessione? E, soprattutto, la crisi petrolifera sta o non sta innescando una crisi occupazionale? 

Insomma, dal 2008, se escludiamo il Texas (e quindi il boom dello shale garantito dai soldi a pioggia della Fed), i posti di lavoro creati in Usa sarebbero ancora negativi. Dunque appare pressoché impossibile che la Fed alzi i tassi e non solo per i dati sulla disoccupazione ma anche per quelli sul Pil del primo trimestre, che come vi ho dimostrato ieri sono già allo 0,0% per il tracker GDPNow in tempo reale della Fed di Atlanta. Ma si sa, i dati macro ognuno può leggerli come vuole, ovvero si può scegliere il lato della testa o della croce della moneta. Peccato che poi, alla fine, la realtà sia testarda, imperi e presenti il conto. Uno dei principali acceleratori dell'incendio doloso narrativo di chi sposa la vulgata della ripresa Usa è contenuto nel terzo grafico, ovvero l'aumento dei prestiti cosiddetti C&I, cioè verso aziende commerciali e industriali, sintomo che il business sta riprendendo forza dopo l'inverno caratterizzato dal maltempo (altra balla che abbiamo smentito nell'articolo di ieri). 

Stando alle cifre, su base annualizzata, l'1,8 triliardi di dollari di prestiti in essere nel febbraio di quest'anno rappresenta un +14%: insomma, un successone, peccato che basti non essere nati ieri e andare a vedere la qualità di quei numeri per scoprire che da festeggiare c'è davvero poco. Primo, perché mettendo in prospettiva il dato, possiamo dire che siamo tornati al livello dell'ottobre 2008, ovvero ci sono voluti 63 mesi per uscire dal cratere di disgrazia finanziaria in cui gli Usa erano precipitati, dovendo smaltire una montagna infinita di bad debt creato prima della grande crisi. Secondo, come ci mostra il quarto grafico, occorre sempre guardare alla qualità e non solo alla quantità dei numeri e in questo caso, ecco cosa abbiamo: l'aumento nei prestiti che sta facendo gioire gli ottimisti di tutto il mondo, infatti, è interamente legato al ritorno in grande stile dell'ingegneria finanziaria, nella fattispecie degli LBO, cioè prestiti a leva verso aziende pesantemente indebitate. 

 

 

 

 



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