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SPY FINANZA/ La "grande bolla" che tiene in piedi gli Usa

Pubblicazione:sabato 4 aprile 2015

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Signore e signori, rullo di tamburi. Il tanto atteso dato dei nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo Usa per il mese di marzo è stato finalmente pubblicato: 126mila unità, contro un'attesa di 245mila, praticamente circa il 50% in meno e il più basso livello di crescita dal marzo 2013, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina! Il tasso di disoccupazione Usa resta al 5,5%, ma occorre guardare meglio i numeri: il dato di gennaio è stato infatti rivisto al ribasso (strano) da 239mila a 201mila, mentre quello di febbraio 295mila a 264mila, quindi calcolando queste revisioni, i guadagni occupazionali nel combinato di quasi due mesi è stato solo di 69mila, peggio di quanto riportato preventivamente. E ancora, negli ultimi tre mesi l'aumento occupazionale medio è stato solo di 197mila unità. Ma c'è di più, visto che come ci dimostrano il secondo e il terzo grafico, in marzo il numero di persone uscite dalla forza lavoro negli Usa è aumentato di altre 277mila unità, raggiungendo un record assoluto di 93.175 milioni, grazie un aumento di 2.1 milioni dallo scorso anno. 

Siamo, come tasso di partecipazione alla forza lavoro, ai minimi del febbraio 1978: insomma, mettete ufficialmente da parte le speculazioni su un rialzo dei tassi da parte della Fed quest'anno. L'ipotesi in questione è archiviata, esattamente come la residua credibilità della Banca centrale statunitense. Ma guardiamo qualche altro dato, quelli che la grande stampa ignora perché non fa comodo alla sua narrativa o forse perché si fa fatica a trovarli, non essendo spiattellati belli e pronti dalle agenzie di stampa (in terza ipotesi c'è la possibilità che non sappiano leggerli, cattivella ma non certo peregrina). Bene, torniamo al numero degli ordinativi industriali: un mese fa, quando vennero resi noti, la questione si fece seria, visto che erano in calo del -2,3%, un dato che trovava soltanto due paragoni diretti, il 2008 dopo il fallimento di Lehman Brothers e il 2001, subito dopo l'ingresso degli Usa in recessione. L'altro giorno sono usciti i dati aggiornati e per gli entusiasti della ripresa Usa, sono stati dolori, come ci mostrano il quarto e il quinto grafico: in superficie, infatti, le ultime cifre parlano di un miglioramento delle aspettative, avendo registrato un +0,2% contro un'attesa del -0,4%, ma se si guarda ai numeri sottostanti, anche questo dato di febbraio è una delusione, visto che è tale soltanto perché il dato di gennaio è stato rivisto pesantemente al ribasso, da 470 miliardi di dollari a 467,5 miliardi, un qualcosa che trasforma nella realtà quel +0,2% in un -0,4% rispetto alle cifre pre-rivisitazione. Inoltre, come mostra il quinto grafico della Fed di St. Louis, se prendiamo il dato degli ordinativi industriali a livello di base annualizzata, la situazione è ancora peggiore e mostra plasticamente come gli Usa siano già oggi in recessione non più solo tecnica. 

Ma attenzione, perché non basta. Ironicamente, a darci un'altra conferma di questa realtà ci ha pensato anche il sempre attivo Bureau of Labor Statistics (quello che dimentica i lavoratori licenziati nel comparto energetico, per capirci), il quale ha sentenziato per la gioia dei keynesiani pro-Fed che il numero di persone che ha chiesto per la prima volta il sussidio di disoccupazione negli Usa è stato di 268mila, uno dei livelli più bassi dall'inizio della crisi. Il problema è che quel numero ha poco a che fare con il mondo reale, mentre se si perde un po' di tempo e si vanno a cercare cifre indipendenti, si scoprono davvero cose interessanti. 

 

 

 

 


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