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SPILLO/ Le "mezze verità" che fanno male all'euro

Pubblicazione:domenica 5 aprile 2015

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La risposta è semplice: lo spread non è mai stato un problema prima dell’euro grazie all’inflazione, cioè grazie al fatto che la perdita di valore della moneta (attuale e) nel futuro avrebbe diminuito il peso del debito. Quindi il piano criminale della Bce di tenere sotto controllo l’inflazione non poteva sortire altro effetto che far crescere (com’è cresciuto) il debito a livelli incontrollabili. Ma quello che è peggio (come ho mostrato nel mio libro “Eurocidio”) è che tutti gli stati hanno perso il controllo della crescita del debito, non perché non possano controllare le spese, ma perché non possono controllare le entrate future (dipendono dalla crescita dell’economia) e non possono più controllare l’inflazione (cioè stampare moneta in momenti di crisi, come ha fatto la Svizzera, per esempio).

In questo contesto, la crescita è impossibile. L’unica possibilità è una crescita solo temporanea e solo sui numeri, però sempre sforando qualche altro parametro. Come sta accadendo in Spagna, dove il Pil nel 2014 è cresciuto del 1,4% (dato riportato da tutti i media con grande enfasi), ma il rapporto tra deficit e Pil è al -5,7%, superiore cioè al 3% dei parametri di Maastricht e a quanto imposto all’Italia.

Oltre a ciò Draghi è arrivato a dire che “la nostra unione rimane fragile perché le riforme restano affidate agli ambiti nazionali. Su questo bisogna pensare a un cambiamento”. Non bastano i danni fatti, vogliono più potere per portare avanti il piano di cui si lamentava il ministro Padoan, cioè la lentezza delle privatizzazioni. Vogliono toglierci più rapidamente i nostri beni e pretenderanno i nostri ringraziamenti per averci tolto dalla crisi che loro hanno creato.

Per il resto, Draghi ha ripetuto lo slogan del Centro Studi di Confindustria e che io ho già criticato su queste pagine: secondo lui, questo è un momento particolarmente favorevole per la crescita a causa del fattore combinato della svalutazione dell’euro e del basso prezzo del petrolio. Come già detto, per smontare questa bugia basta un bambino delle elementari che sappia fare le divisioni con la calcolatrice: dato che il prezzo del petrolio è in dollari, l’effetto combinato di svalutazione dell’euro (cioè rafforzamento del dollaro) e calo del prezzo del petrolio in dollari si risolve con un nulla di fatto.

E qui si innesta la fase più delicata. Perché Draghi ha previsto una ripresa dell’inflazione (insieme alla ripresa economica) anche grazie alla risalita del prezzo del petrolio. Ora, non capisco come si possa pensare a una ripresa senza che le banche tornino a prestare denaro. E non capisco come le banche possano pensare di prestare denaro sapendo di una prossima crescita del costo del petrolio. Ma la cosa è ancora peggiore di queste riflessioni, perché autorevoli commentatori prevedono nei prossimi mesi un brusco calo del petrolio fino a 35 dollari al barile. Con queste previsioni, chi ha denaro aspetterà di investirlo (o di prestarlo) aggravando così la recessione economica.

I sapientoni e i potenti di questo mondo hanno previsto tutto, tranne la realtà. E allora, viva la realtà. Usciremo dalla crisi. Magari uscendo dall’euro.



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