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FINANZA/ Iran, la "finta pace" che serve agli affari degli Usa

Pubblicazione:martedì 7 aprile 2015

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Che fare, quindi? Semplice, applicare il più grande moltiplicatore del Pil esistente: la guerra. Guardate il grafico a fondo pagina: ci mostra la reazione del mercato saudita alla proposta russa di un embargo sulle armi che riguardasse tutte le parti in causa nel conflitto in Yemen, proposta ovviamente respinta da Riyad. Dai massimi di metà marzo, siamo già a -13% e a -3% dai minimi di gennaio quando l'instabilità interna sembrava minare il Regno. In compenso, il conflitto in Yemen prosegue e nel silenzio internazionale e nella battaglia per la conquista della città strategica di Aden, dove i guerriglieri filo-iraniani Houthis stanno guadagnando terreno, i morti sono già a quota 200 e feriti a 1200, in gran parte civili. 

La Croce rossa internazionale ha chiesto una tregua, poiché nell'area attorno alla zona scarseggiano acqua e cibo e servono interventi sanitari urgenti, ma il rappresentante saudita all'Onu, Abdallah Al- Mouallimi, ha respinto ogni richiesta, ribadendo che «non ha senso punire tutti per il comportamenti di una sola parte in causa che è l'aggressore» e sperando che «la Russia non utilizzi nuovamente il suo potere di veto in caso la clausola sull'embargo inclusivo non sia contemplata nel documento che sta preparando il Gulf Cooperation Council», il quale richiede il disarmo unicamente per i ribelli Houthis. Nel frattempo, però sabato mattina pesanti bombardamenti aerei hanno colpito le postazioni dei guerriglieri sciiti ad Aden e Saada, nel nord del Paese, incapaci però di fermare l'avanzata delle forze Houthis che combattono strada per strada nelle città, tanto che Riyad ha definito la difesa di Aden «il nostro principale obiettivo» e l'ambasciatore saudita negli Usa, Adel al-Jubeir, ha ribadito che «l'opzione di inviare truppe sul terreno rimane sul tavolo». 

Il problema è che, almeno stando ai media russi, alcune truppe di terra sarebbero già operanti ad Aden e nella fattispecie stranieri, ovvero cinesi: giovedì infatti, RT ha rilanciato la notizia in base alla quale «dozzine di truppe straniere sbarcate al porto di Aden sarebbero state identificate come soldati cinesi inviati per mantenere la sicurezza dopo che una parte non identificata ha aperto il fuoco su un vascello utilizzato per l'evacuazione di cittadini stranieri, stando a un funzionario yemenita interpellato da Sputnik». Inoltre, i soldati avrebbero poi lasciato il porto, non portando però con loro persone che andavano evacuate, tra cui alcuni cittadini cinesi. 

Insomma, lo Yemen rischia di diventare lo scacchiere per molti attori internazionali interessati non tanto alla questione dei ribelli Houthis, quanto al potenziale geopolitico di destabilizzazione che la questione yemenita offre, ponendo uno contro l'altro Arabia Saudita, il driver del crollo del prezzo del petrolio, e il suo antagonista storico, quell'Iran che supporta guerriglieri e terroristi in mezzo Medio Oriente e che da pochi giorni ha raggiunto un accordo sul proprio programma nucleare con l'Ue nel meeting di Losanna, benedetto da Barack Obama e duramente criticato da Israele. 

Ed ecco il nodo potenziale, ovvero il fatto che quell'accordo potrebbe rappresentare unicamente un pretesto per Tel Aviv per intervenire più o meno direttamente - sia con operazioni ufficiali che con "false flags" - nello scenario, garantendo a se stessa un'assicurazione contro la minaccia di Teheran e agli Usa un mai come oggi comodo elemento di caos in un'area che è lo snodo globale del mercato petrolifero. Nel silenzio generale, infatti, ci sono dati che devono far riflettere. Nonostante il fermento geopolitico in Medio Oriente, infatti, il mercato azionario israeliano è un outperformer davvero di livello, visto che i due principali indici - il Tel Aviv 100 e il Tel Aviv 25 - continuano a crescere a doppia cifra, mentre molte piazze della regione continuano a calare e mostrano segni di ulteriore indebolimento negli ultimi giorni. A far muovere ancora di più gli indici israeliani, la recente vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu alle elezioni politiche del mese scorso, dopo un 2014 deludente per la crisi in Europa, da cui Israele dipende per l'export e il prolungato conflitto a Gaza. 

 


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