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Economia e Finanza

FINANZA/ Iran, la "finta pace" che serve agli affari degli Usa

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Perché dico questo? Torniamo indietro di qualche tempo, esattamente due settimane prima della data fatidica dell'accordo sul nucleare iraniano, siglata il 2 aprile rispetto alla precedente deadline del 31 marzo. In quel periodo, gli Stati Uniti dispiegarono una consistente presenza navale nel Golfo Persico come parte dell'esercitazione denominata "Eagle Resolve", di fatto proprio di fronte alle coste iraniane. L'operazione consisteva in esercitazioni tattiche per i Marines e altri corpi operativi «con una parte dell'esercitazione simulata e basata su avversari fals». E tanto per far capire bene a Teheran quale fosse la finalità del wargame, un ufficiale del Centcom si affrettò a sottolineare come «l'esercitazione non va intesa come un segnale all'Iran»: sarà, ma pochi giorni dopo, il non-segnale fu così chiaro che Teheran accettò un accordo preventivo con John Kerry, svelatosi poi niente più che un accordo sul nucleare. 

Ora, mentre il mondo intero festeggia la "pace" con il grande diavolo del Medio Oriente, tutti paiono dimenticarsi di due variabili. La prima è che l'accordo deve ancora essere finalizzato e la sua scadenza operativa è fissata per il 30 di giugno. La seconda è che gli Usa hanno uno strano modo di reagire a un accordo di pace, visto che stanno alzando e non di poco la scommessa nell'aerea, tanto che il Pentagono ha elaborato in contemporanea un aggiornamento della bomba anti-bunker più potente del suo arsenale, un'arma che nelle parole dei militari sarebbe «in grado di distruggere gli impianti nucleari iraniani anche meglio fortificati in caso la Casa Bianca decidesse di intraprendere un'azione militare». Parole riportare dal Wall Street Journal, non da me. 

Ed eccola la bomba in questione, denominata Mop o Massive Ordnance Penetrator, come ci mostra il disegno a fondo pagina, evoluzione dell'ordigno da oltre 13.500 chilogrammi che nel 2012 fu giudicato insufficiente dalla forze armate Usa per un eventuale intervento risolutore in Iran. Perché questa scelta, se alla fine con l'Iran si tratta e si firmano accordi? A rispondere è sempre un ufficiale statunitense, interpellato sotto anonimato dal Wall Street Journal: «Se dici che tutte le opzioni sono sul tavolo, allora devi avere qualcosa di credibile sul tavolo». Nella fattispecie non un accordo, ma una bomba. 

Ma c'è di più. Nonostante la vulgata generale sia quella di un raffreddamento dei rapporti tra Usa e Israele, la verità di solito si palesa sempre dietro le quinte. I funzionari del Pentagono, infatti, pur avendo negato l'intenzione di fornire la cluster bomb a Tel Aviv, hanno inviato un segnale chiaro attraverso un video in cui veniva utilizzato il nuovo ordigno per un test (prima su un obiettivo esterno, poi in un bunker localizzato con una grande X), immagini che mostravano chiaramente come i tecnici militari Usa abbiano condiviso i dettagli tecnici della bomba con le loro controparti israeliane. Insomma, in parole povere, gli Stati Uniti stanno solo aspettando che Tel Aviv presenti l'offerta giusta: ovvero? Fare in modo che da qui a tre mesi l'accordo con l'Iran salti, garantendo a Israele la possibilità di chiudere i conti una volta e per sempre con Teheran e offrendo agli Usa ciò che più vogliono, un nuovo ordine in Medio Oriente e il rimbalzo alle stelle del prezzo del petrolio. 

Alla Boeing, produttrice della GBU-57 MOP, attendono speranzosi che il sangue scorra presto a irrorare i propri bilanci: nel frattempo, come ci mostra la schermata a fondo pagina, la sua attività di "supporto" e lobbying alla politica Usa, democratica come repubblicana, non bada a spese. 

Siete schifati? E perché mai? Il mondo funziona così, è soltanto l'Ue che pensa che le dispute internazionali si basino davvero su ideali e contrapposizioni etnico-religiose: gli altri, un filino più furbi, sanno che è solo business e controllo del potere e si comportano di conseguenza, siano occidentali o mediorientali. E a parte la disputa politica esplosa immediatamente negli Usa, dove Barack Obama deve affrontare da subito la resistenza non solo repubblicana ma anche di parte dei Democratici al Congresso proprio sull'accordo nucleare iraniano, c'è un'altra questione che mi fa propendere per l'ipotesi che l'accordo con Teheran non sia in realtà altro che un regalo a Israele per chiudere una volta e per sempre i conti con il regime degli ayatollah: le scommesse delle cosiddette "big guns" su un rialzo a breve e consistente dei prezzi del petrolio, nonostante tutte le dinamiche macro smentiscano questa ipotesi.