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RIPRESA?/ Il "nemico" che toglie la (vera) crescita all'Italia

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Gli ultimi dati in arrivo dalla Bce non permettono infatti di farsi illusioni: nel 2017, quando l’economia dell’eurozona sarà tornata su tassi di sviluppo “normali” (attorno al 2% annuo), la disoccupazione sarà poco sotto il 10%. Il tasso “naturale” di disoccupazione sarà allora nell’ordine del 9,9%. Ovvero quasi un cittadino su dieci sarà fuori dal mercato del lavoro. Ma il numero aumenta se si tiene conto di chi non cercherà più un impiego perché scoraggiato dall’assenza di prospettive. Naturalmente il problema assume in Italia tinte ben più fosche: non solo l’incidenza dei senza lavoro è più alta della media europea, ma è fortemente squilibrata tra Nord e Sud. 

Insomma, la ripresa in atto non sembra sufficiente ad avviare alla soluzione il problema dei problemi, cioè l’assenza di lavoro che erode come un tarlo la stabilità della democrazia, facendo balenare l’incubo di una società con un alto tasso di esclusi.

Al di sotto delle iniezioni di denaro del Qe, dunque, il vero cancro della crisi, costata alla sola Italia oltre un milione e mezzo di disoccupati in più, è tutt’altro che rimosso. Né si vedono in arrivo terapie convincenti. Intanto, lungo questi anni dedicati, con scarso successo, al taglio del debito (tra il 2007 e il 2015 il debito Ue è salito di quasi 30 punti fino al 95% del Pil) il problema è passato in secondo piano, quasi che, per fare ripartire la macchina fosse sufficiente riaprire il rubinetto del credito grazie al Quantitative easing. Ma l’arma monetaria, in questo senso, non può fare molto: un recente studio della Bri (da sempre scettica su questa decisione di politica monetaria) calcola che l’abbondante iniezione di liquidità nel sistema potrà aumentare l’occupazione solo dello 0,13%. Cioè, nulla o quasi nulla. Le armi della politica monetaria hanno svolto e svolgeranno un ruolo prezioso per altre ragioni, ma per affrontare il nodo del lavoro ci vuole altro. 

Ne è consapevole il presidente della Bce che continua a sottolineare la necessità di riforme strutturali. In assenza di una politica fiscale convincente, tali riforme, comprese il Jobs Act, possono aiutare, però “hanno l’effetto di una dieta per un malato di polmonite: quando hai conti in bancarotta, anche se fai la dieta resti in profondo rosso”, come ammonisce Richard Koo di Nomura. Il suo consiglio? Una massiccia iniezione di intervento pubblico che compensi l’assenza dei capitali privati. Peccato che le regole Ue vietino questa terapia, almeno per i singoli Paesi. Ci vorrebbe un intervento comunitario ben più robusta del piano Juncker, ma gli Eurobond ormai non sono che un sogno in fondo al cassetto.



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