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RIPRESA?/ Il "nemico" che toglie la (vera) crescita all'Italia

Pubblicazione:martedì 7 aprile 2015

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Lungimiranza vorrebbe che i paesi che aderiscono all’Ue decidessero di mettere in comune una parte della loro politica fiscale, con gli opportuni controlli di merito. Il rapporto debito/Pil, ad esempio, potrebbe essere calcolato a livello europeo e non dei singoli Stati: così sarebbe possibile scendere dall’attuale 95% al 60% in pochi anni, garantendo però la solidità dell’euro. In questo modo, forti della liquidità garantita dal Qe europeo e da banche più forti grazie alle iniezioni di capitale imposte dalla Vigilanza bancaria, le imprese del Vecchio continente potrebbero riprendere la strada della creazione di catene di produzione intra-comunitarie, un processo avviato con la nascita dell’euro e bruscamente interrotto nel 2008, quando i processi produttivi nell’area euro hanno lasciato il passo a una politica basata sulla delocalizzazione oltre le frontiere dell’Ue. In questo modo, potrebbe essere avviato un processo di consolidamento della Comunità basato sugli investimenti nella cosiddetta “periferia”, capace di alimentare una ripresa dei consumi interni. 

È possibile una svolta del genere? Probabilmente è necessaria, se si vuol trovare una soluzione sistemica ai problemi dei paesi più indebitati e, nel lungo termine, alla tenuta della stessa Comunità. È importante guardare oltre la soglia dei problemi più immediati: inutile elargire quattrini alla Grecia se non si ha in mente un piano di investimenti sostenibile. Senza dimenticare sfide ancor più delicate. 

A differenza di quel che accade negli Usa, il tema della jobless recovery, cioè della ripresa senza creazione di nuovi posti, non è oggetto dell’attenzione che dovrebbe meritare. Eppure, è ormai certo che, per far ripartire l’occupazione, non basta il segno più accanto alle tabelle del Pil. Non è più solo questione di far ripartire la macchina preesistente, ma di battere strade nuove.



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