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BANCHE E POLITICA/ Il "golpe" di Renzi che aiuta gli speculatori

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Sotto altro aspetto, i caratteri propri delle banche popolari - e in particolare quello consistente nella facoltà di integrale distribuzione degli utili non destinati a riserva legale, che segna uno dei tratti differenziali rispetto alle banche di credito cooperativo - trova compensazione riequilibrativa nella sottrazione di tali enti all'applicazione delle disposizioni di cui al d.lgs. n. 1577/1947 e, quindi, ai regimi di agevolazione tributaria dei quali godono le altre società cooperative (ma vedasi anche art. 223-duodecies, ult. co., disp. att. c.c.)

La corrispondenza dell'assetto normativo così articolato agli interessi costituzionali tutelati e garantiti dagli artt. 45 e 47 Cost., in particolare e, più in generale, da quelli di cui agli artt. 2, 3, 4, 18, 35, 41, 42 Cost. avrebbe implicato il divieto per il legislatore non solo di sottrarre alla disponibilità dei privati tale tipo societario, ma anche e comunque di ostacolarne o disincentivarne la costituzione e l'esercizio, in quella forma, dell'attività creditizia.

Viceversa il Governo, con il d.l. n. 3/2015, ha introdotto all'art. 29 del Tub il co. 2 bis, che così testualmente recita: "L'attivo della banca popolare non può superare 8 miliardi di euro. Se la banca è capogruppo di un gruppo bancario, il limite è determinato a livello consolidato".

In altri termini, le banche popolari - in contrasto con il suddetto compendio di interessi - vengono colpite da una misura di disincentivazione, sotto forma di una sostanziale capitis deminutio: esse non possono più essere oggetto di una gestione che ne faccia crescere l'attivo oltre il suddetto limite degli 8 miliardi di euro. Tale crescita, ove non contrastata da provvedimenti che ne comportino la sua riduzione entro un anno dal fatidico superamento (e dunque da decisioni potenzialmente contrarie all'interesse dell'impresa cooperativa) ovvero assunta a presupposto di trasformazione della banca popolare in società per azioni ai sensi dell'art. 31 Tub, esso pure novellato dal provvedimento d'urgenza, legittima la Banca d'Italia "tenuto conto delle circostanze e dell'entità del superamento" ad "adottare il divieto di intraprendere nuove operazioni ai sensi dell'articolo 78, o i provvedimenti previsti nel titolo IV, capo I, o proporre alla Banca centrale europea la revoca dell'autorizzazione all'attività bancaria e al ministro dell'Economia e delle finanze la liquidazione coatta amministrativa. Restano fermi i poteri di intervento e sanzionatori attribuiti alla Banca d'Italia dal presente decreto legislativo".

In estrema sintesi, d'un balzo solo espropriando i diritti contrattuali dei soci e consentendo anche a maggioranze "semplificate" di assumere (coactus tamen voluit) una determinazione che in altri tempi avrebbe richiesto unanime consenso, il Governo interdice alle banche popolari la facoltà di concorrere con aziende di credito che abbiano forma capitalistica pura e, sovvertendo la struttura democratica delle banche popolari e i loro caratteri, che, si badi, impediscono concentrazioni, scalate e speculazioni, anche quando l'istituto sia quotato in borsa, le espone all'acquisizione di grandi gruppi.

 

(1- continua)



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