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BANCHE E POLITICA/ Il "golpe" di Renzi che aiuta gli speculatori

Pubblicazione:venerdì 15 maggio 2015 - Ultimo aggiornamento:venerdì 15 maggio 2015, 9.39

Matteo Renzi (Infophoto) Matteo Renzi (Infophoto)

Persistendo nell'ormai consueto abuso della decretazione d'urgenza, il Governo in carica, con il d.l. n. 3/2015, ha disposto una radicale riforma delle banche popolari - allo scopo di definitivamente ridurle a un tipo recessivo di azienda di credito e necessariamente minore per posizione sul mercato - in assenza di ogni presupposto che legittimasse il ricorso all'art. 77 Cost. e in violazione dell'art. 15 l. n. 400/1988, che del primo costituisce attuazione: non soltanto, infatti, il provvedimento concerne materie riservate al procedimento legislativo ordinario ex art. 72, co. 4, Cost. (tali essendo il credito e il risparmio in forza dell'art. 47 Cost.), ma, per di più, esso non contiene misure di immediata applicazione (v. art. 1, co. 2, che fissa in 18 mesi decorrenti, si badi, dalla data di entrata in vigore delle norme attuative del decreto, che devono essere adottate dalla Banca d'Italia, il termine per la prima applicazione della riforma che qui interessa), mentre il contenuto non è affatto omogeneo (vi sono disposizioni che riguardano il credito alle piccole e medie imprese, la garanzia dello Stato per le amministrazioni straordinarie, la tassazione dei redditi derivanti dai beni immateriali, ecc.); né, ancora, può dirsi corrispondere al titolo dell'atto che è del tutto generico (Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti) e, per ciò stesso, incapace di prestarsi alla funzione di parametro che gli attribuirebbe il cit. art. 15 l. n. 400/1988.

In questa sede si vorrebbero segnalare, in sintetico compendio, i punti di maggiore criticità del d.l. in parola, riservando a una prossima occasione un'illustrazione con maggior dettaglio, non senza, a mo' di premessa, rilevare, per un verso, la preoccupante inclinazione - mostrata dagli esecutivi che si sono succeduti dall'autunno del 2011 - a intervenire in settori nevralgici dell'ordinamento alterando la dinamica costituzionale del procedimento normativo: basti qui rammentare il notissimo d.l. n. 133/2013, con il quale si è fatto luogo a una riforma della Banca d'Italia, resa, caso assolutamente singolare, ente pubblico a struttura associativa con partecipazione prevalente di soggetti privati; per altro verso, l'eloquente incoerenza - in un contesto già caratterizzato da diverse anomalie di insaturazione e svolgimento del rapporto fiduciario tra le Camere e il Governo - tra la volontà manifestata dall'esecutivo con il d.d.l. di riforma costituzionale, che introdurrebbe nella Carta fondamentale proprio le disposizioni dell'art. 15 l. n. 400/1988, e la ricorrente violazione di tali disposizioni.

L'opportunità di richiamare nuovamente l'attenzione su un provvedimento che è stato già oggetto di numerose contestazioni in sede di cronaca politico-economica trova ragione nella recentissima notizia che il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato una mozione urgente ex art. 124 del Regolamento generale, presentata dal Gruppo Consiliare "Maroni Presidente", intesa a impegnare il Presidente e la Giunta regionale "a valutare i profili di incostituzionalità atti a ricorrere in via principale avverso la Legge n. 33 del 24/03/2015 che ha convertito in legge il Decreto-Legge n. 3 del 24/01/2015 "Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti, e a depositare il ricorso presso la cancellerie della Corte costituzionale nel rispetto dei termini previsti". Proprio ieri, poi, la Giunta ha dato mandato all'avvocatura di presentare ricorso.


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