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SENTENZA PENSIONI/ Ecco chi pagherà rimborsi e diritti acquisiti

Pubblicazione:sabato 16 maggio 2015

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A volte è quantomeno lecito chiedersi se gli ingranaggi che regolano il funzionamento delle istituzioni democratiche di un Paese stiano funzionando a dovere oppure no, anche quando l'istituzione in questione è la Corte costituzionale, suprema autorità che dovrebbe garantire super partes il rispetto dei principi cardine contenuti nella nostra Carta costituzionale. Non farlo significherebbe rinunciare a uno spirito critico e costruttivo, fondamentale per stimolare lo sviluppo di un assetto democratico che non può considerarsi autoreferenziale, ma che deve confrontarsi con una società e un mondo esterno che cambiano sempre più rapidamente e con impatti decisivi sulla vita di ogni cittadino.

È per questo che non dovrebbero destare particolare scalpore le critiche mosse nei confronti della recente decisione della Consulta, che con la sentenza 70/2015 ha dichiarato incostituzionale la famigerata riforma delle pensioni targata Fornero, nella parte in cui prevedeva, per gli anni 2012 e 2013, il blocco dell'adeguamento automatico al tasso di inflazione per gli assegni pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo Inps (circa 1.500 euro). La sentenza, se applicata letteralmente, implicherebbe la restituzione integrale di quanto non corrisposto, creando un aggravio imprevisto per la finanza pubblica che, secondo quanto riportato da Il Sole 24 ore, è stato stimato in circa 8,7 miliardi per il triennio 2012-2014, 1,9 miliardi per l'anno in corso e 3,5 per il prossimo biennio, quindi un "buco" totale di oltre 17 miliardi di spesa imprevista che metterebbe a rischio la stabilità dei conti pubblici. Un imprevisto di cui il Governo avrebbe volentieri fatto a meno, anche perché sulla faccenda si sono subito accesi i riflettori della Commissione europea, la quale ha dichiarato che la questione sarà "seguita con attenzione nei prossimi passi", nonostante per ora non vi siano ancora warning ufficiali. 

Non è difficile immaginare che se l'esecutivo si troverà alle strette, costretto a trovare il modo per recuperare questi 17 miliardi, il tutto si tramuterà in un ulteriore inasprimento fiscale, considerando l'ormai acclarata incapacità dei governi, sia dell'attuale che dei precedenti, di agire in maniera razionale sul fronte dei tagli alla spesa pubblica inefficiente, sebbene gli spazi a disposizione in tal senso (come già mostrato su queste pagine) continuino a essere molto ampi.

Pur non essendo un costituzionalista, voglio supporre che la sentenza della Corte sia ineccepibile da un punto di vista giuridico, anche se da più parti si parla di una situazione borderline, al limite dello sconfinamento, con un intervento a gamba tesa su scelte redistributive e allocative della spesa che dovrebbero spettare soltanto al governo e alla discrezionalità della politica. Certamente qualche perplessità è lecita, soprattutto leggendo che il provvedimento è stato ritenuto incostituzionale in quanto, alterando il principio di eguaglianza e ragionevolezza, l'interesse generale dei pensionati sarebbe stato "irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio". 


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COMMENTI
16/05/2015 - Il crivello della Corte Costituzionale (umberto persegati)

L'affermazione della Corte che l'interesse generale dei pensionati sarebbe stato irragionevolmente sacrificato, nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio, fa dedurre che: 1) se fossero state dettagliate, la norma si sarebbe salvata dalla dichiarazione di incostituzionalità; 2) il giudizio circa la ragionevolezza del sacrificio e le dettagliate esigenze finanziarie non spetta al Parlamento ma alla Corte. Si può aggiungere che la Corte poteva e doveva usare altro strumento a sua disposizione, come insegnato da S.Cassese, ex componente della Corte stessa, prima di emettere una sentenza dagli effetti dannosi per i giovani lavoratori, come ben messo in luce dall'articolista.