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BANCHE/ Così la Lombardia può far "giustizia" sulle popolari

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Fermo restando quanto sopra si è detto con riferimento ai parametri di legalità costituzionale - che sembrano purtroppo scolorire anche nella considerazione dei rappresentanti delle istituzioni statali - le misure adottate, oltre che illegittime per contrasto, tra gli altri, con gli artt. 41, 42, 45 e 47 Cost., non sono neppure congrue rispetto al fine enunciato, dal momento che le ridette banche "maggiori" potrebbero, ad esempio, evitare la trasformazione dando luogo a operazioni di scissione che, creando due istituti di più ridotte dimensioni, rientrerebbero ampiamente nel limite di legge: il "problema" che la riforma si propone di risolvere è dunque quello dell'esistenza stessa di banche popolari le cui maggiori dimensioni sono evidentemente sgradite. 

Ad affrontare eventuali problemi di stabilità, infatti, sarebbe stata sufficiente la previgente versione dell'art. 31, che consentiva - lo si è visto - la trasformazione (su richiesta, come dovrebbe essere ovvio, della banca stessa) anche per esigenze di rafforzamento patrimoniale; mentre le violazioni di criteri normativi prudenziali e le gestioni irregolari erano e sono sanzionabili con provvedimenti molto penetranti, senza che vi sia alcuna necessità di forzare gli istituti alla trasformazione.

Viceversa, a conferma dello sviamento causale di cui si viene dicendo, tali misure sanzionatorie vengono poste a presidio del divieto di superamento del ricitato limite di attivo, benché esse, con riferimento a quel che qui interessa, siano state concepite, quanto al divieto di intraprendere nuove operazioni, per fattispecie di violazione di disposizioni legislative o amministrative o statutarie che regolano l'attività delle banche autorizzate dalla Banca d'Italia e per irregolarità di gestione (art. 78 Tub) e, quanto allo scioglimento degli organi di amministrazione e di controllo, per gravi irregolarità nell'amministrazione, ovvero per gravi violazioni delle disposizioni legislative o statutarie o, ancora, in caso di previsione di gravi perdite del patrimonio (art. 70 Tub): il d.l. n. 3/2015 svincola, insomma, tali sanzioni dal loro tassativo presupposto e le converte in una sorta di strumento "minatorio". 

Di qui l'ovvia inferenza - confortata anche dalla agevole individuabilità dei soggetti immediatamente obbligati alla trasformazione o alla riduzione - che il risultato auspicato si rivela essere piuttosto quello di consentire ai soggetti egemoni nel mercato creditizio di acquisire le banche popolari più cospicue, una volta che siano stati sciolti i vincoli propri della forma cooperativa, che pure, come si è detto, dovrebbe essere incentivata, anche in ragione della sua stretta afferenza a principi supremi di struttura dell'ordinamento italiano, quali la democraticità dell'organizzazione economica, che è parte costitutiva della forma di Stato delineata dal Costituente italiano. Una tecnica che rammenta, per certi aspetti, quella utilizzata per consentire la "cessione" di importantissimi assets pubblici, dopo averli resi omogenei, quanto alla forma, ai potenziali acquirenti. 


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