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BANCHE/ Così la Lombardia può far "giustizia" sulle popolari

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Proprio quei dati che - vi si è fatto cenno - depongono a favore della sussistenza in concreto della funzione e dell'utilità sociali della cooperazione nel settore bancario - e, quindi, della rispondenza ai parametri di cui agli artt. 45 Cost. e, in combinato con questo, agli artt. 41 e 42 Cost., ossia i buoni risultati di gestione, vengono invece convertiti in fonte di una sorta di obbligazione alternativa che, però, lascia in concreto un esiguo, se non nullo, margine di scelta: la riduzione dell'attivo e la trasformazione in SpA sono, infatti, due prestazioni non comparabili. D'altra parte, la minaccia del divieto di nuove operazioni o addirittura della revoca dell'autorizzazione all'attività bancaria (se non anche della liquidazione coatta amministrativa) - che ha un tono quasi bellico e una connotazione fortemente ideologica - rende quasi inevitabile l'accesso alla seconda (pseudo)opzione.

Non meno preoccupanti sono i profili di illegittimità costituzionale avuto riguardo alla posizione del singolo socio, il quale, mutando la causa del contratto sociale con deliberazione che, in seconda convocazione, richiede soltanto la maggioranza dei due terzi dei voti espressi "qualunque sia il numero dei soci intervenuti" (cfr. art. 31, co. 1, lett. b), Tub, come novellato dal d.l. n. 3/2015), è posto di fronte alla (pseudo)alternativa tra accettare la trasformazione (perdendo diritti essenziali del suo status di cooperatore) ovvero rifiutarla esercitando il diritto di recesso, ma col rischio concreto di perdere almeno una parte del valore delle sue azioni, in violazione degli artt. 2, 4, 18, 35, 41, 42, 45 e 47 Cost.

La trasformazione in società di capitali prelude, poi, al distacco delle banche popolari dal loro radicamento territoriale - del tutto ignorato dal Governo, in spregio anche dell'art. 117, co. 3, Cost. - che ne ha fatto, sino a oggi, un'aggregazione esponenziale delle economie locali e un supporto, anche in chiave di sussidiarietà ex art. 118 Cost. e in combinato con l'art. 45 Cost., delle attività imprenditoriali e professionali ivi stabilite, con risultati di particolare rilievo in termini di strumentalità dell'attività creditizia e finanziaria rispetto alla cosiddetta economia reale.

Il d.l. n. 3/2015 tocca, insomma, punti molto sensibili del tessuto normativo costituzionale, facendosi portatore di un disegno che non può in esso trovare alcuno spazio di legittimazione. Benissimo ha fatto, dunque, la Regione Lombardia, portando a effetto la sua commendevole iniziativa: ed è auspicabile che la Corte costituzionale voglia espungere la riforma delle banche popolari dal nostro ordinamento giuridico.

 

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