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BANCHE/ Così la Lombardia può far "giustizia" sulle popolari

Pubblicazione:domenica 17 maggio 2015

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Anteriormente all'entrata in vigore del d.l. n. 3/2015 (di cui abbiamo cominciato a parlare in un precedente articolo), le trasformazioni delle banche popolari - si intende: quelle deliberate dalle assemblee con le maggioranze necessarie per le modifiche statutarie - erano soggette ad autorizzazione della Banca d'Italia, che poteva concederla "nell'interesse dei creditori ovvero per esigenze di rafforzamento patrimoniale ovvero a fini di razionalizzazione del sistema". Prima ancora, invece, tali trasformazioni erano vietate, anche quando fossero deliberate all'unanimità (art. 14 l. n. 127/1971), in ragione della caratterizzazione causale e del "diverso apprezzamento sociale e legislativo della società cooperativa" (G. Oppo, op. cit., 778): di qui la conclusione che, a voler ritenere che il cit. art. 14 non si applicasse alle popolari, perché contenuto in un provvedimento normativo destinato a modificarne altro a esse estraneo, sarebbe stata necessaria l'unanimità, dal momento che la trasformazione della banca popolare e, dunque, di una società cooperativa in società per azioni non concerne solo l'oggetto sociale o il tipo, ma "investe la causa e i diritti essenziali che derivano dal contratto sociale (basti pensare alla perdita dei diritti e della posizione di parità collegati alla regola 'democratica')" (G. Oppo, op. cit., 783 s.).

Già la previsione della facoltà di trasformazione con le maggioranze previste per le modifiche statutarie rappresentava una forzatura di dubbia legittimità costituzionale, benché salvaguardasse, almeno, l'autonomia della compagine sociale: inaudita è invece la scelta governativa di rendere tale determinazione necessaria alla sussistenza stessa della società, quando essa, come si è visto, abbia raggiunto soglie patrimoniali ragguardevoli.

La cogenza della scelta e il sacrificio correlativamente imposto ai singoli soci sono aggravati sia dalla predisposizione di un apparato sanzionatorio, sia dalla potestà della Banca d'Italia "laddove ciò sia necessario ad assicurare la computabilità delle azioni nel patrimonio di vigilanza di qualità primaria della banca" (art. 28, ult. co., Tub, come modificato dal d.l. n. 3/2015) di limitare il diritto del socio, che, a causa della trasformazione, intenda recedere, al rimborso delle azioni, nonché di limitare il diritto al rimborso degli altri strumenti di capitale emessi.

Nessuna ragione - tantomeno evincibile dal complesso delle disposizioni del d.l. n. 3/2015 - è idonea a giustificare tali disposizioni e a renderle immuni dal sospetto di violazione di diverse norme della Carta costituzionale. Il mero superamento di una soglia quantitativa dell'attivo non può in alcun modo valere quale praesumptio iuris et de iure di incompatibilità con il carattere di mutualità: al contrario (e in tal senso militano anche i dati dei 150 anni di storia di tale modello e, più ancora, quelli che attestano il ruolo anticiclico svolto dalla popolari durante la recente, profondissima crisi), esso conferma semmai l'idoneità all'esercizio dell'attività creditizia anche di un modello organizzativo pienamente conforme ai valori costituzionali, portatore in quanto tale di una funzione sociale riconosciuta dalla Repubblica. Tali risultati dovrebbero, quindi, essere incentivati, giusta lo specifico precetto dell'art. 45 Cost., che fa carico alla legge di promuovere e favorire l'incremento della cooperazione "con i mezzi più idonei".

Il provvedimento in questione non solo si muove in direzione esattamente opposta, ma appare oggettivamente indirizzato a un fine diverso da quello, pur enunciato dalla Banca d'Italia in sede di audizione dinnanzi alla Commissioni riunite Finanze e Attività produttive della Camera dei Deputati nel corso dell'istruttoria relativa al d.d.l. di conversione, di rafforzare e rendere più stabili le banche popolari "maggiori". 


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