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Economia e Finanza

CRISI GRECIA/ Il "gioco delle tre carte" di Varoufakis per evitare il fallimento

Il ministro delle Finanze della Repubblica Ellenica, Yanis Varoufakis, vuol tentare una mossa azzardata per evitare il fallimento greco. Ce la spiega GIUSEPPE PENNISI

Yanis Varoufakis (Infophoto)Yanis Varoufakis (Infophoto)

Il ministro delle Finanze della Repubblica Ellenica, Yanis Varoufakis, non solamente è rimasto alla guida della delegazione greca nel confronto con “le istituzioni”, ma sta tentando una mossa inconsueta e arditissima: fare il “gioco delle tre carte” nei giorni e nelle ore che ci separano dalla prossima riunione del Consiglio della Banca centrale europea (Bce) in calendario per il 20 maggio, senza, però, avere titolo a essere lui a “passare” o “dare” le carte (come si dice in gergo) e quel che è più sorprendente senza neanche avere il possesso fisico delle carte. 

Gli è andata a buon fine una mossa analoga (ma non così temeraria e così, diciamo la verità, convoluta ove non cervellotica) quando il 12 maggio ha rimborsato 750 milioni di euro dovuti al Fondo monetario con risorse che appartenevano al Fmi (irritando non solo l’istituto finanziario con sede a Washington, ma anche le altre “istituzioni”). Ma allora l’operazione, che numerosi esperti hanno considerato “truffaldina’, era più semplice.

Occorre spiegare perché. Tutti gli Stati che fanno parte del Fmi versano solamente il 10% della loro quota di capitale al Fondo; il restante 90% appartiene, sotto il profilo scritturale e giuridico, al Fmi ma resta nelle casse della banca centrale o del Tesoro nazionale per ragioni di praticità (anche se il Fondo ha titolo di chiederne il versamento in ogni momento). In pratica, la banca centrale o il Tesoro nazionale sono unicamente la sede fisica dove il 90% della quota di capitale è collocata, ma la somma appartiene al Fondo e deve essere in una delle valute convertibili accettate dal Fmi. Prelevarne una parte per saldare un debito con il Fondo è come ripagare un creditore con una somma che appartiene al creditore medesimo. Dato che i soldi (euro, dollari, sterline o yen che siano) non hanno fiocchetti (per individuare a chi appartengono), si sa che i 750 milioni versati al Fondo erano di proprietà del Fondo solamente perché le casse della Banca centrale greca erano vuote (tranne che le quote depositate presso di esse in quanto capitale di istituzioni finanziarie internazionali).

Vale la pena sottolineare che, a fronte di un’operazione di questa natura da giudicare almeno scorretta, e degli insulti che Yanis Varoufakis rivolge a questo e quello (negli ultimi giorni uno dei suoi bersagli preferiti è stato Mario Draghi, chiamato lacchè della Cancelliera Angela Merkel), le “istituzioni” si sono comportate con grande signorilità: il 14 maggio, all’assemblea della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), è stata decisa una linea di credito di 500 milioni di euro l’anno sino al 2020 da destinare, però, non alle casse del Tesoro o della Banca nazionale greca, ma al finanziamento di progetti produttivi di imprese greche, soprattutto piccole e medie, sostenendo quindi una ripresa della produzione già in corso - i venti maggiori istituti previsionali internazionali stimano che nel 2015 l’indice della produzione industriale della Grecia (dopo essere andato a picco negli anni scorsi) segnerà un aumento del 5%.